LA PACE DEL CUORE


  - il meraviglioso libro integrale di Padre Jacques Philippe -

[ scarica in formato PDF ]







* PRESENTAZIONE *

"La pace di Cristo regni nei vostri cuori" 
(Col 3,15)

« L'esperienza vi mostrerà che la pace,
riversando nella vostra anima
la carità, l'amore di Dio e del prossimo,
è la via più diretta verso la vita eterna »
 
(Juan de Bordila, XVI sec.)



La nostra è un'epoca di inquietudine e questa attitudine in­teriore, che permea la vita quotidiana dei nostri contempora­nei, si manifesta altrettanto spesso nella sfera della vita cristia­na e spirituale. La nostra ricerca di Dio, della santità e del ser­vizio al prossimo, è anch'essa spesso agitata, ansiosa, non fidu­ciosa e tranquilla, come dovrebbe essere, se assumessimo l'at­teggiamento dei piccoli di cui ci parla il Vangelo.
Quindi è estremamente importante capire che il cammino verso Dio e verso la perfezione diviene di gran lunga più effica­ce, breve e agevole quando l'uomo riesce a conservare in tutte le circostanze la pace profonda del cuore. È allora che si rende docile allo Spirito Santo e che il Signore realizza in lui, per mez­zo della sua grazia, ben più di quanto non arriverebbe a fare con le proprie forze. Ecco quanto tratteremo nella prima parte.
In seguito passeremo in rassegna un insieme di situazioni che sovente troviamo nel nostro cammino e, alla luce del Vangelo, scopriremo come affrontarle conservando la pace inferiore. Nella tradizione della Chiesa, questo insegnamento è spesso trattato dai maestri spirituali, ecco perché nella terza parte pre­sentiamo un compendio di testi, scelti tra autori di varie epo­che, che riprendono ed illustrano i differenti temi che saranno proposti.




prima parte
LA PACE INTERIORE CAMMINO DI SANTITÀ
 


1. Senza di me non potete fare nulla
Per comprendere quanto sia fondamentale, per lo sviluppo della vita cristiana, sforzarsi di acquisire e conservare la pa­ce del cuore, la prima cosa di cui dobbiamo essere ben con­vinti è che tutto il bene che possiamo fare viene da Dio e da lui solo. « Senza di me non potete fare nulla », ha detto Gesù (Gv 15,5). Non ha detto: « Non potete fare grandi co­se », ma « Non potete fare nulla ». E per noi essenziale esse­re persuasi di questa verità. Avremo spesso bisogno di in­successi, umiliazioni e prove — permesse da Dio — perché detta verità possa non solo essere colta dalla nostra intelli­genza, ma divenire esperienza per tutto il nostro essere. Dio, se potesse, ci risparmierebbe tutte queste prove, ma esse so­no necessarie per farci scoprire la nostra innata impossibili­tà a fare del bene da soli. Secondo la testimonianza di tutti i santi, è indispensabile acquisire la conoscenza dei nostri li­miti, perché è il terreno adatto nel quale potranno fiorire tutte le grandi cose che il Signore farà in noi con la potenza della sua grazia.
E per questo che santa Teresa di Gesù Bambino diceva che la più grande cosa che il Signore aveva fatto nella sua ani­ma era l'averle mostrato la sua piccolezza e la sua impotenza. Se analizziamo seriamente la parola del Vangelo di Gio­vanni, sopra citata, comprendiamo allora che il problema fon­damentale della nostra vita spirituale diventa questo: Come lasciare agire in noi Gesù? Come permettere alla grazia di Dio di operare liberamente nella nostra vita?
Non dobbiamo dunque tanto imporci di fare determina­te cose secondo i nostri progetti e le nostre capacità, bensì dobbiamo cercare di scoprire quali siano le disposizioni del­la nostra anima che permettono a Dio di agire in noi. Solo in questo modo potremo portare un frutto duraturo, un frutto che rimanga (Gv 15,16).
Alla domanda: « Cosa fare per lasciar agire liberamente la grazia di Dio nella nostra vita? », non esiste una risposta univoca, una ricetta che vada bene per tutti. Per rispondere in modo completo, bisognerebbe scrivere un trattato di vita spirituale in cui si parli della preghiera, dei sacramenti, della purificazione del cuore, della docilità allo Spirito santo e di tutti i modi attraverso i quali la grazia di Dio viene a inon­darci. Non intendiamo farlo, vogliamo semplicemente trat­tare un aspetto della vita spirituale, oggi troppo dimentica­to. Si tratta di questa verità essenziale: per permettere alla grazia di Dio di agire e produrre in noi — con la nostra coo­perazione — tutte queste « opere buone che il Signore ha predisposto perché noi le praticassimo » (Ef 2,10), è estre­mamente importante che ci sforziamo di acquisire e conser­vare la pace interiore, la pace del cuore.
Per una migliore comprensione, useremo un'immagine (da non prendere troppo alla lettera, come tutti i paragoni). Con­sideriamo la superficie di un lago sulla quale brilli il sole: se questa sarà calma e tranquilla il sole vi si potrà riflettere quasi perfettamente e tanto più perfettamente quanto più il lago sarà calmo. In caso contrario, l'immagine del sole non vi si potrebbe riflettere.
Accade un po' la stessa cosa alla nostra anima, nei con­fronti di Dio: più questa è calma, più Dio vi si riflette, la sua immagine s'imprime in noi, la sua grazia agisce attraverso noi. Se invece la nostra anima è agitata e turbata, l'azione della grazia diventa molto più difficoltosa. Tutto il bene che possiamo fare è un riflesso di questo sommo Bene che è Dio. Più la nostra anima è nella calma e nell'abbandono, più que­sto Bene si comunica a noi e, attraverso noi, agli altri. « II Signore darà forza al suo popolo, il Signore benedirà il suo popolo nella pace », dice la Scrittura (Sai 29,11).
Il nostro Dio è il Dio della pace. Non parla e non opera che nella pace, non nel turbamento e nell'agitazione. Ram­mentiamo l'esperienza del profeta Elia sul monte Oreb: Dio non era nell'uragano, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel mormorio di un vento leggero (IRe cap. 19).
Spesso ci agitiamo, ci inquietiamo nel tentativo di voler risolvere tutto da soli, mentre sarebbe molto più efficace re­stare calmi, sotto lo sguardo di Dio, lasciandolo agire ed ope­rare in noi con la sua saggezza e la sua potenza, infinitamen­te superiori alle nostre. « Poiché così dice il Signore Dio, il Santo d'Israele: Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza. Ma voi non avete voluto » (Is 30,15).
Il nostro non vuole essere, ben inteso, un invito alla pi-grizia e all'inerzia; ma un'esortazione a non agire mossi da uno spirito d'inquietudine e di fretta eccessiva, bensì sotto l'impulso mite e pacifico dello Spirito di Dio. San Vincenzo de' Paoli, la persona meno sospettabile di pigrizia, diceva: « II bene che Dio opera si fa da sé, quasi senza che uno se ne accorga. Bisogna essere più passivi che attivi; e così Dio solo farà per mezzo di voi ciò che tutti gli uomini insieme non potrebbero fare senza di lui ».




2. Pace interiore e fecondità apostolica 
Questa ricerca della pace interiore potrebbe sembrare ad alcuni molto egoistica: perché porsi questo come obiettivo principale, mentre nel mondo vi sono tanta sofferenza e tanta miseria?
A tale osservazione dobbiamo anzitutto rispondere che . pace in questione è quella del Vangelo. Essa non ha nulla che vedere con una sorta d'impassibilità, di morte della sensibilità, di fredda indifferenza chiusa in se stessa, come potrebbero suggerirci certi atteggiamenti dello yoga o alcune statuine di Budda. Al contrario, come vedremo in seguito, . pace di cui parliamo è l'indispensabile corollario dell'amo-:, di una vera apertura alle sofferenze del prossimo e di un'autentica compassione. Poiché solo questa pace del cuore ci li-era da noi stessi, aumenta la nostra sensibilità verso l'altro ci rende disponibili al prossimo.
In aggiunta diremo che solo l'uomo che gode di questa pace interiore può aiutare in modo efficace un fratello. Co­te, infatti, donare la pace ad altri se non la si possiede? Co-le potrà esserci pace nelle famiglie, nella società, tra le per­one, se prima di tutto non regna la pace nei cuori?
« Conquista la pace interiore e una moltitudine troverà la salvezza presso di te », diceva san Serafino di Sarov, un gran-e santo russo del settecento. Per acquisire questa pace interiore, egli si è sforzato di vivere nella preghiera incessante. Dopo sedici anni di vita monastica e sedici di vita eremi­ca, rimase altri sedici anni recluso in una cella. Egli ha cominnciato a irradiare in modo visibile quanto s'era operato ella sua anima, solo dopo quarantotto anni di vita contemplativa. Ma con quali frutti! Migliaia di pellegrini andavano a lui e ripartivano confortati, liberati da dubbi e inquietudini, illuminati sulla loro vocazione, guariti nel corpo e nell’anima.
L'esortazione di san Serafino non fa che testimoniare la sua esperienza personale, identica a quella di tanti altri santi. L'acquisizione e il mantenimento della pace interiore, impossibili senza la preghiera, dovrebbero essere considerati una priorità, soprattutto per chi ha la pretesa di voler fare del bene al prossimo. In caso contrario, spesso comuunicheremmo a chi è nella difficoltà solo le nostre inquietidini.




3. Pace e lotta spirituale
 
E necessario soffermarci su un'altra verità, non meno im­portante: la vita cristiana è una lotta, una guerra senza tre­gua. San Paolo ci invita, nella lettera degli Efesini, a rivesti­re l'armatura di Dio per lottare « non contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti » (Ef 6,10-17). Egli descrive dettagliatamente tutti i pezzi di quella armatura che dobbiamo indossare.
Ogni cristiano dev'essere ben convinto che la sua vita spi­rituale non può in alcun caso ridursi a uno scorrere tranquil­lo di giorni senza storia, ma deve essere il luogo di una lotta costante (contro il male, le tentazioni, lo scoraggiamento), a volte dolorosa, che terminerà solo alla morte. Quest'inevi­tabile lotta è da interpretare come una realtà estremamente positiva. Poiché « non c'è pace senza guerra » (Santa Cate­rina da Siena), senza lotta non c'è vittoria. Proprio questo conflitto è il luogo della nostra purificazione e della nostra crescita spirituale, in tal modo impariamo a conoscere noi stessi nejla nostra debolezza e Dio nella sua infinita miseri­cordia. È, in definitiva, il modo scelto da Dio per la nostra trasfigurazione e la nostra glorificazione.
Ma la lotta spirituale del cristiano, pur essendo talvolta dura, non è mai la guerra disperata di chi si batte in solitudi­ne, alla cieca, senza nessuna certezza circa l'esito dello scon­tro. È la lotta di chi combatte con l'assoluta certezza che la vittoria è già assicurata, perché il Signore è risorto: « Non piangere più; ecco, ha vinto il Leone della tribù di Giuda » (Ap 5,1). Così, non combattiamo da soli con le nostre forze, ma con il Signore che ci dice: « Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza » (2 Cor 12,9) e la nostra arma principale non è la naturale fer­mezza del carattere o l'abilità umana, ma la fede, questa to­tale adesione a Cristo che ci permette, anche nei momenti peggiori, di abbandonarci con fiducia cieca a colui che non abbandonerà. « Tutto posso in colui che mi da la forza » il 4,13). Ed ancora: « II Signore è mia luce e mia salvezza,
chi avrò paura? » (Sai 27).
Il cristiano dunque lòtta con energia, chiamato com'è a resistere « fino al sangue nella lotta contro il peccato » (Eb 1,4). Lo fa però con cuore tranquillo e la sua lotta è tanto più efficace quanto più il suo cuore dimora nella pace. Perché è proprio questa pace interiore che gli permette di lottare
non con le proprie forze — che verrebbero meno —, ma con quelle di Dio.





La pace: scopo frequente della lotta spirituale
Abbiamo appena detto che il credente in tutte le sue battaglie, qualunque ne sia la violenza, si sforzerà di custodire pace del cuore per lasciar combattere in lui il Dio delle schiere. Ebbene, bisogna che egli sappia quanto segue: la pace interiore non è solamente una condizione della lotta spirituale, essa ne è — molto spesso — il fine. E molto frequente che la lotta spirituale consista esattamente in questo: difen­de la pace interiore dal nemico che si sforza di rapircela.
In effetti, una delle abituali strategie messe in atto dal demonio per allontanare un'anima da Dio e ritardarne il pro­esso spirituale, è tentare di farle perdere la pace interiore, eco cosa dice in merito Lorenzo Scupoli, uno dei più grandi maestri spirituali del sedicesimo secolo, molto stimato da .n Francesco di Sales: « II demonio si sforza con tutto se esso di bandire la pace dal nostro cuore, perché sa che Dio mora nella pace ed è nella pace che opera grandi cose ». Sarà molto utile rammentarlo perché spesso, nello svolgimento quotidiano della nostra vita cristiana, accade che sbagliamo combattimento — se così si può dire —, che mal orientiamo i nostri sforzi. Combattiamo su un terreno dove il diavolo ci trascina sottilmente e sul quale può vincerci, invece di combattere sul vero campo di battaglia dove, con la gra­zia di Dio, siamo sempre sicuri di vincere. Questo è uno dei grandi segreti della lotta spirituale: non sbagliare combatti­mento, saper discernere, malgrado le astuzie dell'avversario, contro cosa dobbiamo realmente lottare e dove dirigere i no­stri sforzi.
E errata la convinzione che, per riportare la vittoria nel­la lotta spirituale, occorra vincere tutti i nostri difetti, non soccombere mai alla tentazione, non avere più debolezze e mancanze. Su questo terreno saremo immancabilmente scon­fitti! Perché, chi di noi può avere la pretesa di non cadere mai? Non è certo questo che Dio esige, « poiché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere » (Sai 103). Al contrario, la vera lotta spirituale, più che nel perseguire una invincibilità ed una infallibilità assolutamente fuori dal­la nostra portata, consiste principalmente nell'imparare a non turbarci eccessivamente quando ci capita di essere miseri e a saper approfittare delle nostre cadute per rialzarci più in alto. Cosa sempre possibile, a condizione di non perderci d'a­nimo e di conservare la calma.
Si potrebbe dunque a ragione enunciare questo princi­pio: il primo obiettivo della lotta spirituale, verso cui devo­no tendere i nostri sforzi, non è ottenere sempre la vittoria (sulle nostre tentazioni, sulle nostre debolezze, ecc.), è piut­tosto imparare a custodire il proprio cuore nella pace in tutte le circostanze, anche in caso di sconfitta. Solo così facendo po­tremo raggiungere l'altro scopo che è l'eliminazione progres­siva delle nostre imperfezioni.
Dobbiamo mirare a questa vittoria completa sui nostri difetti e desiderarla, ma essere ben consapevoli che non ba­stano le nostre proprie forze, e non pretendere di ottenerla immediatamente. E unicamente la grazia di Dio che ci darà la vittoria e la sua azione sarà tanto più potente e rapida, se sapremo mantenere l'anima nostra in pace ed abbando­narci con fiducia nelle mani del Padre.






5. Le ragioni per cui perdiamo la pace sono sempre cattive ragioni 

Uno degli aspetti dominanti della lotta spirituale è la lot­ta sul piano dei pensieri. Spesso consiste nell'opporre a pen­sieri che provengono dal nostro spirito, dalla mentalità che ci circonda, oppure dal Nemico e che ci turbano, ci spaven­tano o ci scoraggiano, dei pensieri che possano confortarci e ristabilire in noi la pace. In previsione di questa lotta, « bea­to l'uomo che piena ha la faretra » (Sai 127) di quelle frecce che sono i buoni pensieri, vale a dire quelle solide convin­zioni basate sulla fede, che nutrono l'intelligenza e fortifica­no il cuore nel momento della prova. Tra queste frecce nella mano dell'eroe, una delle affermazioni che deve esserci sem­pre presente è che tutte le ragioni che ci fanno perdere la pace sono sempre delle cattive ragioni.
Questa convinzione non può certo basarsi su considera­zioni umane, ma è una certezza di fede, fondata sulla parola di Dio. Non poggia sulle ragioni del mondo; Gesù ce lo ha detto chiaramente: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv 14,27).
Se cerchiamo la pace come la da il mondo, cioè se ci aspet­tiamo una pace secondo i criteri di vita che fanno dipendere lo stato interiore dal buon andamento delle cose esteriori, dall'assenza di contraddizioni, dalla realizzazione di tutti i nostri desideri ecc., sicuramente non saremo mai in pace, op­pure la nostra pace sarà estremamente fragile e di breve durata.
Per noi credenti, il motivo essenziale per il quale possia­mo rimanere sempre nella pace non viene dal mondo: « II mio regno non è di questo mondo », dice Gesù (Gv 18,36); vie­ne dalla fiducia nella promessa del Signore. Quando Egli af­ferma di donarci la pace, di lasciarci la pace, questa è parola divina ed ha la stessa forza creatrice di quella che ha fatto sorgere dal nulla il ciclo e la terra; lo stesso potere di quella che ha calmato la tempesta o di quella che ha guarito i mala­ti e resuscitato i morti. Poiché Gesù dice — per ben due volte! — che ci da la sua pace, noi crediamo di averla in possesso e che essa non venga mai ritirata: « I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili » (Rm 11,29). Siamo noi che non sem­pre li sappiamo accogliere e conservare, perché molto spesso manchiamo di fede.
« Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mon­do! » (Gv 16,33). In Gesù possiamo sempre dimorare nella pace, perché egli ha vinto il mondo, ha vinto ogni male e pec­cato, perché è resuscitato dai morti. Con la sua morte ha vinto la morte, ha annullato la sentenza di condanna che gravava su di noi. Ha manifestato la benevolenza di Dio a nostro ri­guardo. E « se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?... Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? » (Rm 8,31).
Partendo da questo incrollabile fondamento della fede, esamineremo più avanti alcune situazioni nelle quali ci capi­ta sovente di perdere più o meno la pace del cuore, cercando di superarle alla luce dell'insegnamento del Vangelo. Prima però vorremmo far capire quale è, da parte nostra, la condi­zione fondamentale per essere in grado di ricevere la pace promessa da Gesù.



6. La buona volontà, condizione necessaria alla pace 
La pace interiore, di cui trattiamo, dipende fondamen­talmente dall'atteggiamento nei confronti di Dio.
La pace interiore è dono di Dio, l'uomo che gli si oppo­ne, che più o meno coscientemente lo rifugge o rifugge alcu­ni dei suoi appelli o delle sue esigenze, non potrà godere di una vera pace.
Notiamo però una cosa: quando qualcuno è vicino a Dio. l'ama e desidera servirlo, sarà in grado di ricevere il dono della pace; l'ordinaria strategia, messa in atto dal demonio consisterà nel cercare di fargli perdere questa pace del cuo­re, mentre Dio, al contrario, viene in suo aiuto per render­gliela. I fattori di questa legge si invertono per una persona il cui cuore è lontano da Dio e che vive nel male e nell'indif­ferenza: il demonio cercherà di tranquillizzarla, di mantenerla in una falsa pace; mentre invece il Signore, che desidera la sua salvezza e la sua conversione, turberà ed agiterà la sua coscienza per cercare di condurla al pentimento.
La pace di un uomo non può essere profonda e duratura, se egli è lontano da Dio, se la sua più profonda volontà non è interamente orientata verso Lui: « Tu ci hai fatti per te, Signore, ed il nostro cuore è inquieto se non riposa in te » (Sant'Agostino).
Condizione necessaria alla pace interiore è dunque quanto potremmo definire la buona volontà. Si potrebbe parimenti chiamare purezza di cuore. È quella stabile e costante dispo­sizione d'animo dell'uomo deciso ad amare Dio più di ogni altra cosa, sinceramente desideroso di anteporre in tutte le circostanze la volontà di Dio alla sua. Potrà succedere — ac­cadrà sicuramente — che nella vita di tutti i giorni il suo com­portamento non sia in perfetta armonia con questo proponi­mento. Molte imperfezioni si sommeranno nella realizzazio­ne di questo desiderio, ma egli ne soffrirà, ne domanderà per­dono al Signore e cercherà di correggersi. Dopo gli smarri­menti eventuali, si sforzerà di rientrare in questo sì a Dio in tutto, senza eccezione.
Ecco cos'è la buona volontà. Non è la perfezione, in quan­to può ben coesistere con delle esitazioni, delle imperfezio­ni, con degli errori, ma è la via verso di essa, perché è pro­prio questa disposizione abituale del cuore (fondata su virtù quali fede, speranza, carità), che permette alla grazia di Dio di condurci poco a poco alla perfezione.
Questa buona volontà, questa abituale determinazione di dire sempre di sì a Dio, nelle grandi come nelle piccole cose, è una conditio sine qua non della pace interiore. Fin quan­do non avremo acquisito questa determinazione, continue-
ranno a dimorare in noi una certa inquietudine ed una certa tristezza: l'inquietudine di non amare Dio tanto quanto lui ci invita ad amarlo, la tristezza di non avergli ancora donato tutto. Perché l'uomo che ha donato la sua volontà a Dio, in un certo qual modo gli ha già donato tutto. Fin quando il nostro cuore non avrà così trovato la sua armonia, non po­tremo essere veramente in pace. Esso non sarà unificato che nel momento in cui tutti i nostri desiderare saranno subor­dinati al desiderio d'amare Dio, di piacere a lui e di fare la sua volontà. Ciò implica, ben inteso, anche la determinazio­ne a staccarci da tutto quanto sarebbe contrario a Dio.






7. La buona volontà, condizione sufficiente alla pace
 
Possiamo anche affermare che questa buona volontà è suf­ficiente per mantenere il proprio cuore nella pace, anche se, malgrado ciò, abbiamo ancora molti difetti e mancanze: « Pace in terra agli uomini di buona volontà » (testo latino della Vulgata).
In effetti, cosa ci domanda Dio, se non questa buona vo­lontà? Cosa potrebbe pretendere di più, lui che è un Padre buono e compassionevole, quando vede che il suo figlio de­sidera amarlo sopra ogni cosa, soffre di non amarlo a suffi­cienza ed è disposto (anche se si ritiene incapace di farlo con la propria forza) a staccarsi da tutto ciò che gli sarebbe con­trario? Non sta forse a Dio stesso intervenire per portare a buon fine questi desideri che l'uomo, lasciato alle sue sole capacità, non è in grado di realizzare?
A sostegno di quanto appena detto — cioè che la buona volontà è sufficiente per renderci graditi a Dio e dunque per poter stare nella pace — ecco un episodio della vita di santa Teresa di Gesù Bambino, raccontato da sua sorella Celina:
« In una circostanza nella quale suor Teresa m'aveva mostrato tutti i miei difetti, ero triste e un po' disorientata. Eccomi tanto lontana dalla virtù — pensavo — proprio io che desideravo tanto possederla; vorrei tanto essere dolce, paziente, umile, caritatevole... Ah! non ci riuscirò mai!. Tuttavia la sera, durante la preghiera, lessi che a santa Geltrude, che aveva espresso lo stesso desiderio, nostro Signore aveva risposto: « In tutte le cose e al di sopra di tutto abbi buona volontà; questa sola disposizione donerà alla tua anima lo splendore e il merito speciale di tutte le virtù. Chiunque abbia buona volontà, desiderio sincero di la­vorare per la mia gloria, rendermi grazie, partecipare alle mie sofferenze, amarmi e servirmi tanto quanto le creatu­re insieme, riceverà senza dubbio ricompense degne della mia generosità e il suo desiderio sarà talvolta più vantaggio­so di quanto non lo siano, per altri, le loro buone opere ». Molto contenta per questa buona parola — continua Celina — tutta a mio vantaggio, ne informai la nostra ca­ra piccola Maestra (Teresa) che rincarò la dose ed aggiun­se: « Avete letto quanto è riportato nella vita del padre Surin? Faceva un esorcismo; i demoni gli dissero: "Noi riusciamo a sopraffare tutto; non e 'è che questa cagna di buona volontà alla quale non riusciamo mai a resistere!". Ebbene, se non avete virtù, avete almeno una cagnolina che vi salverà da tutti i pericoli; consolatevi, essa vi porterà in paradiso! Ah, qual è l'anima che non desideri possedere la virtù! È la via più comune! Ma quanto poco numerose sono le anime che accettano di cadere e d'essere deboli, che sono contente di vedersi per terra e che gli altri le colgano sul fatto! » (Consigli e ricordi di sr. Geneviève).
Come risalta da questo testo, la concezione che Teresa (la più grande santa dei tempi moderni, secondo il giudizio di Papa Pio XI) aveva della perfezione non è affatto quella a cui ci viene spontaneo pensare...
Vediamo adesso come il credente di buona volontà può, alla luce della fede, superare tutte le circostanze nelle quali e tentato di perdere la pace.







seconda parte 


COME REAGIRE A QUANTO CI FA PERDERE LA PACE 


1. Le preoccupazioni della vita e la paura di mancare del necessario
Generalmente perdiamo la pace a causa del timore susci­tato da alcune situazioni che ci toccano personalmente e nelle quali ci sentiamo minacciati, dall'apprensione di fronte a dif­ficoltà presenti o future, della paura di essere privi di qual­cosa di importante o di non riuscire in tale o tal altro proget­to ecc. Gli esempi possono essere infiniti e toccare tutti i set­tori della nostra vita: salute, vita familiare e professionale, vita morale, la stessa vita spirituale in fine.
Nei casi elencati si tratta di un certo bene, di natura molto variabile: bene materiale (denaro, salute, potere), morale (ca­pacità umane, stima, affetto di alcune persone), spirituale (vir­tù, doni e grazie spirituali), bene che desideriamo e ritenia­mo necessario, che abbiamo paura di perdere o di non acqui­sire, o bene di cui effettivamente manchiamo. L'inquietudi­ne provocata dalla mancanza o dalla paura di mancare ci fa perdere la pace.
Cosa può permetterci di rimanere sempre in pace in que­sto genere di situazioni? La saggezza umana, con le sue pre­cauzioni, le sue previsioni, le riserve ed assicurazioni d'ogni sorta, non basta di certo. Chi può garantire a se stesso con sicurézza il possesso duraturo di un bene qualsiasi? Non è certo grazie a calcoli e preoccupazioni che riusciremo a cavarcela. « E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? » (Mt 6,27). L'uomo non ha mai la certezza matematica di ottenere qualcosa e tutto quanto tiene tra le mani può sfuggirgli da un momento all'altro. Non vi è alcuna garanzia umana su cui appoggiarsi saldamente.
Gesù ci dice: « Chi vorrà salvare la propria vita la perderà » (Mt 16,25). Il modo più sicuro per perdere la pace è pro­prio il cercare di assicurarsi la propria vita, di acquistare o conservare un bene qualsiasi con l'aiuto della sola industria umana. In quali tormenti ed inquietudini si mette la perso­la che cerca di salvarsi in questo modo, considerate le sue :orze limitate, l'impossibilità di prevedere tante cose, le de-usioni che possono procurare gli avvenimenti o le persone sulle quali si fa affidamento!
Per conservare la pace in mezzo ai rischi dell'esistenza imana non abbiamo che un'unica soluzione: appoggiarci a Dio solo, con una totale fiducia in lui. Confidare in lui come in un padre che sa di cosa abbiamo bisogno, secondo l'insegnamento del Signore:

« Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo ed il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del ciclo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non conta­te voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E per­ché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salamene, con tutta la sua gloria, ve­stiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannate­vi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa ber­remo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoc­cupano i pagani; il padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giu­stizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pe­na » (Mt 6,25-34).

Gesù, con queste parole, non intende certo proibirci di fare il necessario per guadagnare il nostro nutrimento, di prov­vedere ai nostri indumenti e a tutte le altre necessità. Egli vuole liberarci da quella preoccupazione che rode e fa per­dere la pace.
Tuttavia, molti sono scandalizzati da questo modo di ve­dere le cose. Eppure potrebbero risparmiarsi tante sofferen­ze e tormenti inutili, se solo prendessero sul serio questa pa­rola di Dio, che è parola d'amore, di consolazione e di te­nerezza.
Questo è il grande dramma: l'uomo non ha fiducia in Dio. Cerca allora in ogni circostanza di cavarsela con le proprie forze, si mette in ansia e si rende terribilmente infelice, in­vece di abbandonarsi fiducioso nelle mani tenere e pietose di suo padre. Com'è però ingiustificata questa mancanza di fiducia! Non è assurdo che un bambino dubiti così di suo padre, quando questi è il migliore ed il più potente che pos­sa esistere quando è il Padre celeste?
Malgrado ciò, è in questa assurdità che viviamo tanto spes­so. Ascoltiamo il dolce rimprovero che ci rivolge il Signore, attraverso le parole di santa Caterina da Siena:

« Perché non hai fiducia in me, tuo Creatore? Perché contare su te stesso? Non sono forse fedele e leale con te? Riscattato e ristabilito nella grazia in virtù del sangue del mio Figlio unico, l'uomo può dunque dire di aver sperimentato la mia fedeltà. Sembra tuttavia dubitare ancora che io sia sufficientemente potente per soccorrerlo, forte per assisterlo e difenderlo dai suoi nemici, saggio per dare luce agli occhi della sua intelligenza, o clemente per vo­lergli donare quanto necessiti alla sua salvezza. Sembre­rebbe credere che io non abbia ricchezza e bellezza a suf­ficienza per fare la sua fortuna e donargli bellezza. Sì po­trebbe dire che abbia paura di non trovare presso di me pane per essere nutrito o indumenti per essere rivestito » (Dialoghi, cap. 140).

Quanti giovani, ad esempio, esitano a donargli interamen­te la loro vita perché dubitano che Dio sia capace di renderli pienamente felici, e cercando di assicurarsi la felicità da soli, si rendono infelici!
E proprio allora che il padre della menzogna, l'Accusa­tore, riporta la sua vittoria: quando riesce a mettere nel cuo­re di un figlio di Dio la diffidenza nei confronti di suo padre!
Tutti gli uomini vengono al mondo segnati da questa dif­fidenza: questa è la traccia in noi del peccato originale. Tut­ta la nostra vita spirituale consiste appunto in un lungo pro­cesso di guarigione e di rieducazione, il cui scopo è il ritro­vamento di questa fiducia perduta, aiutati dalla grazia dello Spirito santo che ci rende poco a poco capaci di dire in veri­tà: Abbà, padre!
E pur vero che questo ricupero della fiducia nei confronti di Dio è per noi particolarmente difficile, lungo nel tempo e penoso. Si presentano due ostacoli principali.




2. La nostra difficoltà a credere nella Provvidenza 
II primo ostacolo consiste nel fatto che, fino a quando non avremo sperimentato concretamente questa fedeltà di iJio che si prende cura di noi, avremo dei problemi a crede­re veramente e ad abbandonarci ad essa. Siamo delle teste dure, la parola di Dio non ci basta, vogliamo vedere almeno un po', prima di credere! Non vediamo la Provvidenza agire intorno a noi in modo chiaro. Come fare per confidarvi?
Dobbiamo capire una cosa. Non si tratta di sperimenta­re per poi credere; bisogna prima credere, fare atti di fede, e allora si sperimenterà. In altre parole, possiamo verificare questo sostegno di Dio soltanto nella misura in cui gli lascia­mo lo spazio necessario in cui potersi manifestare.
Vorrei portare un esempio: fin quando una persona che deve saltare col paracadute non si sarà gettata nel vuoto, non potrà sentire che le corde del paracadute la sostengono. Bi­sogna prima fare il salto, solo in seguito ci si sentirà portati. Così è anche nella vita spirituale: « Dio dona nella misura che attendiamo da lui », dice san Giovanni della Croce; co­me pure san Francesco di Sales: « La misura della divina Prov­videnza a nostro riguardo è la fiducia che riponiamo in essa ».
Proprio questo è il vero problema. Molti non credono al­la Provvidenza perché non ne hanno mai fatto l'esperienza, e non possono farne l'esperienza perché non si decidono a fare il salto nel vuoto, il passo nella fede. Non lasciano mai al Signore la possibilità d'intervenire: calcolano tutto, pre­vedono tutto, cercano di risolvere ogni cosa, contano esclu­sivamente su dei mezzi umani. I fondatori di ordini religiosi procedono con audacia in questo spirito di fede, acquistano case senza avere un soldo, accolgono poveri pur non avendo di che nutrirli. E Dio compie miracoli per essi: arrivano de­gli assegni, si riempiono i granai. Troppo spesso, però, qual­che generazione più tardi si perde questa bella audacia: tut­to è pianificato, contabilizzato, non si affronta una spesa senza la certezza di poterla sostenere con i mezzi a disposizione. Come potrà allora manifestarsi la Provvidenza? Non c'è spazio per lei!
Quanto diciamo è ugualmente valido sul piano spiritua­le. Se un sacerdote prepara tutti i sermoni e le conferenze, per essere sicuro di non venire mai preso alla sprovvista da­vanti al suo auditorio, e non ha mai l'audacia di lanciarsi nella predicazione col sostegno della sola preghiera e della confi­denza in Dio, come potrà fare questa esperienza tanto bella dello Spirito santo che parla per mezzo delle sue labbra? Ri­cordiamoci le parole del Vangelo: « Non preoccupatevi di co­me o di cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parla­re, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi » (Mt 10,19-20).
Evidentemente non intendiamo dire che non si debba es­sere prudenti, pianificare bene i propri affari, preparare le proprie omelie. Le nostre capacità naturali sono anch'esse strumenti nelle mani della Provvidenza. Tuttavia esiste una differenza enorme tra colui che, non credendo all'interven­to di Dio, programma tutto fin nel minimo dettaglio e non intraprende nulla se non nella misura esatta delle sue possi­bilità, e colui che fa tutto ciò che deve fare, ma si abbando­na con fiducia a Dio che provvederà a quanto gli è richiesto oltre il previsto. E quanto il Signore ci chiede va sempre ben oltre le naturali possibilità e previsioni umane!





3. La paura della sofferenza 
L'altro grande elemento, che costituisce impedimento al­l'abbandono fiducioso a Dio, è la presenza della sofferenza nella nostra vita personale come nel mondo che ci circonda, di tutte queste sfortune che sembrano contraddire le parole del Vangelo su Dio Padre, che prende cura dei suoi figli. Dio permette delle sofferenze anche per coloro che si abbando­nano a lui, lasciando che manchino di alcune cose, a volte in modo doloroso. In quale povertà ha vissuto la famiglia della piccola Bernadette di Lourdes!
Questo non smentisce certo la parola di Dio. Il Signore potrà certo lasciarci mancare di alcune cose — giudicate tal­volta indispensabili agli occhi del mondo —, ma non ci la­scerà mai senza l'essenziale: la sua presenza, la sua grazia,e tutto ciò che necessita alla piena realizzazione della nostra vita secondo i suoi progetti su di noi. Se egli permette delle sofferenze, la nostra forza risiede proprio nel credere, come dice Teresa di Gesù Bambino, che Dio non permette delle sofferenze inutili.
Nell'ambito della nostra vita personale, come in quello della storia del mondo, dobbiamo essere convinti che Dio è tanto buono e potente da utilizzare in nostro favore tutto il male, qualunque esso sia, e tutte le sofferenze, per assurde ed inutili che possano sembrare. Di questo non possiamo aver­ne alcuna certezza matematica o filosofica: possiamo solo fare un atto di fede. Proprio a questo atto di fede ci invita la pro­clamazione della risurrezione di Gesù, accolta come il segno della vittoria definitiva di Dio sul male.
Il male è un mistero, uno scandalo e lo rimarrà per sempre. Bisogna fare quanto possibile per eliminarlo ed alleviare la sofferenza che procura. Esso resta comunque sempre presente nella nostra vita. Il suo posto nell'economia della redenzione appartiene alla saggezza di Dio, che non è la saggezza degli uomini, ed avrà sempre in sé qualcosa di incomprensibile. « Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. Quanto il ciclo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri » (Is 55,8-9).
In alcuni momenti della sua vita il cristiano sarà invitato a credere a dispetto delle apparenze, a « sperare contro ogni speranza » (Rm 4,18): come Abramo, come Maria ai piedi della croce. Si verificano inevitabilmente delle circostanze in cui non possiamo comprendere il perché dell'agire di Dio. Siamo invitati allora a non disperare e a credere che non è più la saggezza degli uomini ad intervenire, bensì la saggez­za divina, misteriosa ed incomprensibile.
È un bene non poter sempre capire tutto! Come sarebbe altrimenti possibile lasciare la saggezza di Dio libera di agire secondo i suoi disegni? Come potrebbe esserci spazio per la fiducia?
È vero che in molte circostanze non agiremmo proprio come Dio! Non avremmo certo scelto la follia della croce co­me mezzo di redenzione! Fortunatamente, però, è la saggez­za di Dio — e non la nostra — a dirigere ogni cosa, poiché è infinitamente più potente e ricca d'amore e, soprattutto, più misericordiosa della nostra.
Se la saggezza di Dio supera ogni concetto umano, nel suo modo d'agire a nostro riguardo, dobbiamo convincerci che proprio in questa incomprensibilità si trova la garanzia che ciò che prepara, per coloro che sperano in essa, supera infinitamente in gloria e bellezza quanto possiamo immagi­nare e concepire. « Sta scritto, infatti: quelle cose che oc­chio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (ICor 2,9).
La saggezza dell'uomo non può produrre che opere a mi­sura d'uomo, solo la saggezza divina può realizzare cose di­vine. Ed è a grandezze divine che siamo predestinati.
Ecco qual è la nostra forza di fronte al male: una fiducia di bimbo in Dio, nel suo amore e nella sua saggezza, la fer­ma certezza che « Dio fa concorrere tutto al bene di coloro che lo amano » (Rm 8,28) e che « le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi » (Rm 8,18).







4. Per crescere nella fiducia: una preghiera da bambino 
Come crescere e dimorare in questa totale fiducia in Dio? Non sarà sufficiente poggiarci su speculazioni intellettuali e considerazioni teologiche: non reggeranno nel momento della prova. Ciò che ci sosterrà sarà uno sguardo di contemplazione su Gesù. Contemplare Gesù che dona la sua vita per noi; nu­trirci di questo amore folle che egli manifesta per noi sulla croce: ecco quanto veramente ispira fiducia. Come potreb­be questa suprema prova d'amore — « Nessuno ha un amo-
re più grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15,13) —, instancabilmente contemplata con uno sguardo di fede, non fortificare poco a poco il nostro cuore, stabilendo­lo in un atteggiamento di incrollabile fiducia? Cosa mai pos­siamo temere da un Dio che ci ha manifestato il suo amore in modo così evidente? Come potrebbe non stare per noi, non agire a nostro favore, questo Dio amico degli uomini « che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi » (Rm 8,32)? E « se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rm 8,31).
Vedete bene dunque l'assoluta necessità della contempla­zione per crescere nella fiducia. Molte persone vivono nel­l'inquietudine proprio perché non sono contemplative, nel senso che non prendono del tempo per nutrire il proprio cuore e per restituire ad esso la pace attraverso uno sguardo di fe­de e di amore posato su Gesù. Per resistere alla paura e al­l' abbattimento bisogna, mediante un incontro personale con Dio nella preghiera, poter « gustare e vedere com'è buono il Signore » (Salmo 34). Le certezze che vengono ad abitare il nostro cuore, come frutto della fedeltà alla preghiera, so­no di gran lunga più forti di quelle che derivano dalla più alta teologia.
Così come sono incessanti gli assalti del male, i pensieri di scoraggiamento e di sfiducia, incessante ed instancabile deve essere la nostra preghiera. Quante volte mi è capitato di recarmi a fare l'ora quotidiana di adorazione davanti al santissimo Sacramento in uno stato di preoccupazione e sco­raggiamento, e senza che nulla di particolare fosse successo, senza aver detto né avvertito cose speciali, di uscirne col cuore placato! La situazione era esteriormente sempre la stessa, i problemi ancora da risolvere, ma il cuore era cambiato e po­teva ormai affrontarli nella pace. Lo Spirito santo aveva la­vorato nel segreto.
Non insisteremo mai abbastanza, dunque, sulla necessi­tà dell'orazione silenziosa, vera fonte della pace interiore. Co­me abbandonarsi a Dio, e avere fiducia in lui, se non lo conosciamo che da lontano, senza un incontro personale? « Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono » (Gb 42,5), disse Giobbe, e così potrà dire ogni uomo che per­severa nella preghiera. Il cuore non si risveglia alla fiducia se non risvegliandosi all'amore e noi abbiamo bisogno di av­vertire la dolcezza e la tenerezza del cuore di Gesù. Questo si raggiunge solo con la pratica della preghiera contemplativa.
Impariamo dunque ad abbandonarci, a riporre una fidu­cia totale in Dio nelle grandi come nelle piccole cose, con la semplicità dei bambini, con la certezza di trovare tutto in lui. Dio, allora, manifesterà la sua tenerezza, la sua lungi­miranza, la sua fedeltà in modo a volte sconvolgente. Seb­bene ci tratti in certi momenti con apparente rudezza, egli ci riserva spesso delicatezze di cui solo un amore tanto tene­ro e puro come il suo può essere capace. Alla fine della sua vita san Giovanni della Croce, in cammino verso il conven­to dove si sarebbero consumati i suoi ultimi giorni, malato, esausto da non poterne più, sente il forte desiderio di man­giare asparagi, come faceva nella sua infanzia. Vicino alla pie­tra dove siede per riprendere fiato eccone un mazzo, mira­colosamente deposto.
Tra le tante prove che saremo chiamati ad affrontare fa­remo anche l'esperienza di queste delicatezze dell'Amore. Non sono riservate solo ai santi-, esse sono per tutti i poveri che credono veramente che Iddio è loro padre. Saranno per noi un potente incoraggiamento all'abbandono, molto più effi­cace di tutti i ragionamenti.
Credo stia in questo la vera risposta al mistero del male e della sofferenza. Risposta non filosofica, bensì esistenzia­le: esercitandomi nell'abbandono, faccio l'esperienza concreta che Dio fa sì che tutto concorra a mio favore, anche il male, le sofferenze, perfino i miei peccati. Quante circostanze che temevo, in fin dei conti mi appaiono sopportabili, anzi alla fine benefiche, anche se dopo un primo impatto doloroso. Quanto credevo fosse contro di me, si rivela a mio favore. A quel punto mi dico: ciò che Dio fa per me, nella sua infinita misericordia, deve ben farlo anche per tutti gli altri, in modo misterioso e nascosto. Deve pur farlo anche per il mon­do intero!




5. Non c'è abbandono se non è totale 
A proposito dell'abbandono, è utile fare un'osservazio­ne. Perché l'abbandono sia autentico e generi pace, bisogna che sia totale. Dobbiamo rimettere tutto, senza eccezioni, nelle mani di Dio senza cercare di amministrare o salvare nulla da soli sia nel campo materiale, che nella sfera affettiva o in quella spirituale. Non possiamo dividere l'esistenza uma­na in settori, in alcuni dei quali sia legittimo abbandonarsi a Dio con fiducia ed altri dove ce la si debba sbrogliare esclu­sivamente da soli. Occorre sapere quanto segue: tutte le realtà che non avremo abbandonato, che vorremmo gestire da soli (senza lasciare carta bianca a Dio) continueranno, in un mo­do o nell'altro, a renderci inquieti. La misura della nostra pace interiore sarà quella del nostro abbandono, dunque an­che quella del nostro essere distaccati.
L'abbandono comporta così una parte inevitabile di ri­nuncia, non necessariamente effettiva, ma come disposizio­ne del cuore, una prontezza a lasciare a Dio di gestire la no­stra vita con una libertà totale. Questo ci risulta particolar­mente difficile. Abbiamo una naturale tendenza a fare no­stre un mucchio di cose: beni materiali, affetti, desideri, pro­getti. Ci costa terribilmente lasciare la presa, perché abbia­mo l'impressione di perderci, di morire. Proprio in quell'i­stante, però, bisogna credere con tutto il cuore alla parola di Gesù, a questa legge del « chi perde vince » talmente espli­cita nel Vangelo: « Chi vorrà salvare la propria vita la perde­rà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà » (Mt 16,25). Colui che accetta questa morte del distacco, della rinuncia, trova la vera vita. L'uomo che si abbarbica a qual­cosa, che vuole salvaguardare un campo qualunque della sua vita per gestirlo a sua convenienza, senza abbandonarlo ra­dicalmente nelle mani di Dio, fa un pessimo calcolo: si cari­ca di inutili preoccupazioni, si espone all'inquietudine di per­dere tutto. Al contrario, colui che accetta di rimettere tutto nelle sue mani, di permettergli di prendere e donare secon­do la sua volontà, trova una pace e una libertà interiore ine­sprimibili. « Ah, se sapessimo cosa si guadagna a rinunciare a se stessi in tutte le cose! », dice santa Teresa di Gesù Bam­bino. È la via della felicità, poiché se lo lasciamo agire a mo­do suo, Dio sarà capace di renderci infinitamente più felici, perché ci conosce e ci ama molto più di quanto noi stessi ci conosciamo e amiamo. San Giovanni della Croce esprime que­sta stessa verità in altri termini: « Tutti i beni mi sono stati donati a partire dal momento in cui non li ho più cercati ». Se ci stacchiamo da ogni cosa rimettendola nelle mani del Signore, egli ci renderà molto di più: « II centuple in questa vita » (Me 10,30).




6. Dio domanda tutto,ma non prende necessariamente tutto 
A proposito di quanto considerato, è importante però sa­per smascherare un'astuzia frequente del demonio per infa­stidirci e scoraggiarci. Di fronte a certi beni di cui disponia­mo (un bene materiale, un'amicizia, un'attività che amiamo, ecc.), il demonio, per impedire che ci abbandoniamo a Dio, ci fa immaginare che, se gli rimettiamo tutto, Dio effettiva­mente prenderà tutto e divorerà ogni cosa nella nostra vita! Questo suscita in noi un terrore che ci paralizza completa­mente; ma non bisogna lasciarsi prendere in trappola. Molto spesso il Signore ci chiede soltanto un atteggiamento di di­stacco a livello del cuore. Ci chiede d'essere disposti a do­nargli tutto, ma non toglie necessariamente tutto. Ci lascia il pacifico possesso di molte cose, quando queste non siano cattive di per se stesse e possano essere utili ai suoi disegni,
arrivando anche a rassicurarci di fronte agli scrupoli che po­tremmo avere, a volte, perché godiamo di certi beni o certe gioie umane. Tali scrupoli sono frequenti per quelli che amano il Signore e intendono fare la sua volontà. Se Dio esige l'ef­fettivo distacco da tale o tal altra realtà, ce lo farà compren­dere chiaramente a tempo debito e ci donerà la forza neces­saria. Sebbene in un primo tempo sarà doloroso, a tale di­stacco seguirà una profonda pace.
L'atteggiamento giusto dunque consiste semplicemente nell'essere disposti a donare a Dio ogni cosa, senza nessuna paura e poi lasciarlo operare a modo suo, restando in un at­teggiamento di totale fiducia nella sua sapienza e nel suo amo­re: Dio prenderà o lascerà secondo ciò che meglio converrà per il nostro bene.






7. Che fare quando non riusciamo ad abbandonarci? 
Abbiamo posto questa domanda a Marthe Robin '. Ci ha detto: « Abbandonarsi ugualmente! ». E la risposta di una santa. Non mi permetto di proporne un'altra. Questa si ri­collega alla parola della piccola Teresa di Gesù Bambino: « L'abbandono totale, ecco la mia sola legge! ».
L'abbandono non è cosa naturale, e non è facile: è una grazia da chiedere a Dio. Ce la concederà, se lo preghiamo con perseveranza: « Chiedete e vi sarà dato; cercate e trove­rete; bussate e vi sarà aperto... » (Mt 7,7). L'abbandono è un frutto dello Spirito santo, ma questo Spirito il Signore non lo rifiuta a chi lo chiede con fede: « Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono! » (Le 11,13).
1 Mistica francese, morta nel 1981.




Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla
Una delle più belle espressioni dell'abbandono fiducioso nelle mani di Dio è il Salmo 23:
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.




Vorremmo soffermarci qualche istante su questa sorpren­dente affermazione della Scrittura, che Dio non ci lascia man­care di nulla. Questo servirà a smascherare una tentazione molto comune nella vita cristiana e che paralizza enormemente il progresso spirituale.
Si tratta di quella impressione a causa della quale si cre­de che nella nostra situazione attuale ci manchi qualcosa di essenziale e che, per questo, la possibilità di crescere spiri­tualmente ci sia rifiutata. Per esempio: manco di salute, dun­que non riesco a pregare come ritengo indispensabile fare. Oppure: la mia famiglia mi impedisce di organizzare le mie attività spirituali come vorrei. O ancora: non ho le qualità,le forze, le virtù, i doni che ritengo essermi necessari per la realizzazione di qualcosa di bello sul piano della vita cristia­na. Non sono soddisfatto della mia vita, della mia persona, del mio stato, e vivo con la costante sensazione che fin quando le cose andranno in un tale modo mi sarà impossibile vivere veramente ed intensamente. Mi sento svantaggiato rispetto agli altri e porto in me la costante nostalgia di un'altra vita, migliore e più vantaggiosa, dove finalmente poter realizzare delle cose valide. Ho la netta sensazione, secondo l'espres­sione di Rimbaud, che « la vera vita sia altrove »; altrove, ma non nella mia situazione. Non accetto la mia storia persona­le e le sue limitazioni, e questo mi paralizza.
Questo modo di percepire la propria situazione è molto frequente anche in cristiani sinceri, ma denota una mancan­za di fede.
Basterebbe poco perché tutto si modificasse e io inizias­si a progredire in modo autentico: uno sguardo diverso, uno sguardo di fiducia e di speranza sulla mia situazione (basato sulla certezza di fede che nulla mi manca). Allora mi si apri­rebbero delle porte, delle insperate possibilità di crescita spi­rituale, che esistono sempre perché Dio non le può rifiutare a nessuno, ma che non vedo perché sono centrato su me stesso. Noi viviamo spesso in questa illusione. Vorremmo che quanto ci circonda cambiasse, che si trasformassero le circo­stanze esteriori, nell'errata convinzione che tutto allora an­drebbe meglio: molto spesso è un errore. Non sono le circo­stanze esteriori, è il nostro cuore che prima d'ogni altra cosa deve cambiare, purificarsi dal ripiegamento su se stesso, dal­la tristezza e dalla mancanza di speranza: « Beati i puri di cuore perché vedranno Dio » (Mt 5,8). Beati coloro il cui cuo­re è purificato dalla fede e dalla speranza, che posano sulla loro vita uno sguardo animato dalla certezza che, nonostan­te le circostanze apparentemente sfavorevoli, Dio è presen­te e dunque nulla può loro mancare. In quell'istante, se avran­no questa fede, vedranno Dio: sperimenteranno questa sua presenza che li accompagna e li guida, vedranno che molte cose che ritenevano negative nella loro vita sono invece, nella pedagogia divina, dei potenti modi per farli crescere e pro­gredire. San Giovanni della Croce dice che « Molto spesso è da quello che essa crede di perdere che l'anima trae maggior profitto ».
Per esempio come lo spiegheremo più avanti, quante no­stre imperfezioni, di cui ci lamentiamo e vorremmo essere sbarazzati, potrebbero mutarsi in occasioni per progredire in umiltà e fiducia nella misericordia di Dio, e dunque nella santità. Il problema di fondo è che contiamo troppo sul di­scernimento personale di quello che è buono e quello che non lo è, e non abbiamo invece sufficiente fiducia nella saggezza di Dio.
Se qualcosa ci manca, è soprattutto il credere che « tutto è grazia » (Teresa di Gesù Bambino). Crescere e realizzarsi, in termini di cristianesimo, vuoi dire imparare ad amare. Tanti aspetti della mia vita percepiti in un modo negativo potreb­bero invece, se avessi più fede, essere delle preziose occasio­ni per amare di più: per essere più paziente, più umile, più dolce, più misericordioso, più distaccato, per abbandonarmi maggiormente nelle mani di Dio, e così via. Dio mi potrà lasciare talvolta mancare di alcune cose: di danaro, di salute, di virtù; ma non mi lascerà mai mancare se stesso e la grazia che mi permette di vivere ogni situazione in modo da pro­gredire nell'amore.





9. Atteggiamento di fronte alla sofferenza dei nostri cari 
Rischiamo spesso di perdere la pace, nel caso in cui una persona a noi vicina venga a trovarsi in una situazione diffi­cile. A volte siamo molto più toccati e preoccupati per la sof­ferenza di un amico o di un bambino che per la nostra. Que­sto in sé è molto bello, ma non deve costituire motivo di di­sperazione. Quali inquietudini, talvolta eccessive, regnano m alcune famiglie quando uno dei componenti è provato nella salute, disoccupato, vive un momento di depressione, ecc. Quanti genitori si lasciano consumare dalla preoccupazione per un problema di un loro figliolo.
Tuttavia il Signore ci invita, anche in questo caso, a non perdere la pace intcriore, per quell'insieme di ragioni espo­ste nelle pagine precedenti e che evitiamo qui di ripetere. Il nostro dolore è legittimo, purché mantenuto in una condi­zione di tranquillità. Il Signore non potrebbe abbandonarci: « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se questa donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai » (Is 49,15).
Un punto sul quale vorremmo insistere è il seguente: co­sì come è importante saper distinguere — lo vedremo in se­guito — tra la vera e la falsa umiltà, tra il vero pentimento (pacifico e fiducioso) ed il falso (l'inquieto rimorso che para­lizza), si rende necessario saper distinguere tra quelle che po­tremmo chiamare la vera e la falsa compassione.
È pur certo che più avanziamo nella vita cristiana, più la nostra compassione cresce. Mentre noi siamo per natura tanto indifferenti e duri, lo spettacolo della miseria del mondo e la sofferenza dei fratelli strappano lacrime ai santi, ai quali l'intimità con Gesù ha reso il cuore « liquido », secondo l'e­spressione del Curato d'Ars. San Domenico passava le sue nottate a supplicare il Signore, pregando e piangendo: « Mia Misericordia, cosa ne sarà dei peccatori? ». Potremmo arro­garci il diritto di mettere seriamente in dubbio la validità della vita spirituale di una persona che non manifestasse una vera compassione per il prossimo.
La compassione dei santi è profonda, pronta a sposare tutte le miserie e ad alleviarle, ma è anche sempre dolce, cal­ma e fiduciosa. Essa è un frutto dello Spirito santo.
Mentre la nostra compassione è spesso intrisa di preoc­cupazione e turbamento. Abbiamo un modo di coinvolgerci nella sofferenza dell'altro che talvolta non è giusto, perché motivato più dall'amor proprio che da un vero amore. Riteniamo sia giusto preoccuparsi eccessivamente per qualcuno in difficoltà e che questo sia un segno evidente dell'amore che nutriamo nei suoi confronti. Ciò è falso. Spesso in que­sto atteggiamento nascondiamo un grande amore per noi stes­si: non sopportiamo la sofferenza degli altri perché noi stes­si abbiamo paura di soffrire, ci sentiamo minacciati da que­sta sofferenza dell'altro, mancando per primi di fiducia in Dio. È normale essere profondamente toccati dalla sofferenza di qualcuno che ci è caro, ma se a causa di questo ci tormen­tiamo fino a perdere la pace, significa che il nostro amore per questa persona non è ancora pienamente spirituale e pu­ro, non è ancora fondato in Dio. E un amore troppo umano, un po' egoista e che non ha sufficiente fondamento in un'in­crollabile fiducia in Dio.
Per essere veramente una virtù cristiana, la compassione deve procedere dall'amore (che consiste nel desiderare il be­ne di una persona, nella volontà di aiutarla alla luce di Dio e in accordo con i suoi disegni) e non dal timore (paura della sofferenza, di perdere qualcosa o qualcuno). Di fatto, dob­biamo riconoscere che troppo spesso il nostro atteggiamento di fronte ai nostri cari, che sono nella sofferenza, è più con­dizionato dalla paura che fondato sull'amore.
Diciamoci chiaramente una cosa: Dio ama infinitamente più di noi e meglio di noi quelli che ci sono vicini. Egli desi­dera che crediamo a quest'amore ed anche che sappiamo ab­bandonare tra le sue mani gli esseri a noi cari. Così facendo li aiuteremo in modo ben più valido. I nostri fratelli e sorel­le che soffrono hanno bisogno di avere attorno a loro perso­ne serene, fiduciose e gioiose. Saranno da esse aiutati molto più efficacemente che da persone preoccupate ed ansiose. Spesso la nostra falsa compassione non fa che aggiungere tri­stezza alla tristezza e smarrimento allo smarrimento. Essa non è fonte di pace e di speranza per coloro che soffrono.
Vorrei riportare, come esempio concreto, un caso incon­trato da me recentemente. Una giovane donna soffre molto a causa di una forma di depressione, con paure angosciose che le impediscono spesso di uscire sola in città. Ho parlato con la madre: scoraggiata, in lacrime, ha supplicato che si pregasse per la guarigione della figlia. Io rispetto infinitamente il dolore comprensibile di questa madre. Naturalmente ab­biamo pregato per questa figlia, ma ciò che mi ha colpito è che più tardi, avendo avuto l'occasione di parlare con la gio­vane, mi sono reso conto che vive la sua sofferenza nella pa­ce. Mi diceva: « Sono incapace di pregare, ma la sola cosa che non smetto mai di dire a Gesù è la parola del Salmo: Tu sei il mio pastore, non manco di nulla ». Diceva anche di ve­dere dei frutti positivi della sua malattia, in particolare in suo padre che, un tempo tanto lontano da lei e dal Signore, cambiava ora atteggiamento.
Ho incontrato spesso casi del genere: una persona è nel­la prova e la vive molto meglio di quanti, tra quelli che la circondano, si agitano e si preoccupano per lei! C'è, a volte, la tendenza a moltiplicare in modo esagerato le preghiere di guarigione, perfino di liberazione, ricercare tutti i modi pos­sibili ed immaginabili per ottenere la guarigione della perso­na, e non ci si rende conto che la mano di Dio è su di lei in modo del tutto evidente.
Si devono accompagnare le persone che soffrono con una preghiera perseverante, sperarne la guarigione, e fare il pos­sibile per ottenerla, ma occorre farlo in un clima di pace e di abbandono in Dio.





10. In tutte le persone che soffrono c'è Gesù
L'aiuto migliore per affrontare serenamente il dramma della sofferenza possiamo attingerlo prendendo molto sul serio il mistero dell'incarnazione e quello della croce. Gesù ha ri­vestito la nostra carne, ha realmente preso su di sé le nostre sofferenze, e in tutte le persone che soffrono c'è Gesù che soffre. Nel Vangelo secondo Matteo al capitolo 25, nella nar­razione del giudizio finale, Gesù dice a coloro che hanno avuto cura dei malati, visitato i prigionieri, ecc.: « Ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più pic­coli, l'avete fatto a me ». Queste parole del Signore ci inse­gnano che « alla sera della vita saremo giudicati sull'amore » (san Giovanni della Croce)^ e in particolare sull'amore verso i nostri fratelli bisognosi. E un'esortazione alla compassio­ne; siamo chiamati ad impegnare tutte le nostre forze nell'alleviare queste sofferenze, ma anche a posare su di esse uno sguardo di speranza. In tutte le sofferenze vi è un germe di vita e di resurrezione poiché vi è Gesù in persona. Se davanti a qualcuno che soffre abbiamo questa convin­zione che è Gesù che soffre in lui e completa quanto manca alla sua passione, per dirla con san Paolo, come essere dispe­rati davanti a questa sofferenza? Cristo non è forse risorto? La sua passione non è forse stata redentrice? « Non conti­nuate ad affliggervi come quelli che non hanno speranza » (1Ts 4,13), ci dice san Paolo.




11. I difetti degli altri 
Ho riportato, come motivo più frequente della perdita della pace interiore, l'inquietudine di fronte a un qualunque male che minaccia o colpisce la nostra persona o i nostri ca­ri. La risposta a tale evenienza: l'abbandono fiducioso nelle mani di Dio che ci libera da ogni male o che, se lo permette, ci dona la forza di sopportarlo e lo fa volgere a nostro van­taggio.
Questa risposta resterà valida per tutte le altre cause che ci fanno perdere la pace, delle quali ora ci interesseremo, e che sono dei casi particolari. È utile però parlarne perché, se l'unica risposta è l'abbandono, la pratica di questo abban­dono riveste forme diverse secondo l'origine dei nostri tur­bamenti.
Capita spesso che perdiamo la pace a causa del compor­tamento — che ci affligge e ci preoccupa — di una o più persone, piuttosto che per una sofferenza che ci tocca o minac­cia personalmente. E il caso di un bene, dunque, che non è direttamente il nostro, ma al quale tuttavia teniamo: il be­ne della nostra comunità, della chiesa, la salvezza di una per­sona particolare, ecc.
Una donna può essere nell'inquietudine perché non ve­de verificarsi la conversione tanto desiderata di suo marito. Il responsabile di una comunità può perdere la pace perché una delle sue pecore fa il contrario di quanto egli invece si aspetta da essa. Oppure, più semplicemente, nella vita di tutti i giorni ci si può irritare, se una persona a noi vicina non si comporta come vorremmo. Quale nervosismo spesso suscita questo genere di situazione!
La risposta è dunque ancora la stessa: fiducia e abbando­no. Io devo fare quanto è nelle mie possibilità per aiutare gli altri a migliorarsi, in modo dolce e tranquillo, poi rimet­tere tutto al Signore che saprà come trarre profitto da tutto.
Ma, a questo proposito, vorremmo enunciare un princi­pio generale estremamente importante nella vita spirituale, che costituisce il punto su cui generalmente inciampiamo nei casi sopra citati. Si può applicare anche in un ambito molto più vasto della sola pazienza verso gli errori del prossimo.
Dobbiamo fare attenzione non solo a volere e desiderare delle cose buone in se stesse, ma anche a farlo nel modo giu­sto. Stare attenti non solo a quello che vogliamo, ma anche a come lo vogliamo. In effetti, molto spesso pecchiamo pro­prio nel desiderare una cosa che senza dubbio è buona — anzi buonissima! —, ma in un modo che non è quello giusto. Per meglio spiegarci, riprenderemo uno degli esempi succi­tati. E normale che il superiore di una comunità voglia la san­tità di coloro che gli sono affidati. E cosa eccellente e con­forme alla volontà di Dio, ma se costui si adira e perde la pace di fronte alle imperfezioni e allo scarso fervore dei suoi soggetti, di certo non è animato dallo Spirito santo. Abbia­mo spesso questa tendenza: più la cosa che desideriamo è buo­na, certamente voluta anche da Dio, più ci sentiamo giustificati nell'esigerla con tanta impazienza ed insoddisfazione se non si realizza. Più qualcosa ci sembra importante, più ci preoccupiamo e ci agitiamo per raggiungerla! Ma questo è sbagliato.
Bisogna dunque, come già detto, verificare non solo che le cose che desideriamo siano di per sé buone, ma anche che il modo di desiderarle e la disposizione del cuore nella quale le desideriamo siano giusti. Vale a dire che il nostro volere deve sempre essere dolce, tranquillo, paziente, distaccato, e abbandonato a Dio. Solo Dio deve essere desiderato in un modo assoluto, tutto il resto lo deve essere in modo relativo, distaccato: dobbiamo desiderare una realtà qualsiasi in mo­do tale che, se il nostro desiderio non si realizza, rimaniamo nella pace. Nella nostra vita spirituale spesso difettiamo in questo: non ci annoveriamo più tra quelli che volevano delle cose non buone e contrarie a Dio, ci mettiamo invece tra quelli che vogliono cose giuste e conformi alla sua volontà. Le vo­gliamo però in una maniera umana, inquieta, troppo fretto­losa, facilmente scoraggiata e non secondo lo Spirito santo, cioè in un modo pacifico, libero e distaccato.
Tutti i santi insistono nel dire che dobbiamo moderare i nostri desideri, anche i migliori, perché se desideriamo qual­cosa in maniera umana, come sopra descritto, l'anima si tur­ba ed è inquieta, perde la pace e un simile atteggiamento in­tralcia le operazioni di Dio in essa e nel prossimo.
Questo è applicabile a tutto, anche alla nostra santifica­zione personale. Quante volte perdiamo la pace perché tro­viamo che la nostra santificazione non progredisce veloce­mente e che abbiamo ancora tanti difetti. Questo non fa che ritardare l'opera della grazia! San Francesco di Sales arriva a dire che nulla ritarda tanto il progredire in una virtù quan­to il volerla acquisire con troppa premura! Ma avremo occa­sione di riflettere ancora su questo punto.
Per concludere, teniamo bene a mente quanto segue: sa­premo che i nostri desideri sono nella verità — cioè secondo lo Spirito santo — non solo se le cose desiderate sono buone, ma anche se siamo nella pace. Un desiderio che fa perde­re la pace, anche se la cosa desiderata è in sé eccellente, non viene da Dio. Bisogna sì, desiderare e volere, ma in modo libero e distaccato, abbandonando completamente a Dio la realizzazione di quanto desideriamo come e quando vorrà. Educare il proprio cuore in tal senso è della massima impor­tanza per il progresso spirituale. È Dio che fa crescere e tra­sforma, non la nostra agitazione.





12. Pazienza verso il prossimo 
Applichiamo dunque quanto appena detto al nostro de­siderio di veder migliorare il comportamento di quelli che ci circondano. Impariamo a restare calmi anche quando gli altri agiscono in un modo che a noi sembra scorretto o ingiu­sto. Certo, facciamo tutto quanto è nelle nostre possibilità per aiutarli, perfino riprenderli o correggerli, in funzione delle eventuali responsabilità che dobbiamo assumerci a loro ri­guardo, ma che tutto sia fatto nella dolcezza e nella pace. Laddove siamo impotenti, restiamo tranquilli e lasciamo agire Dio. Quante persone perdono la pace perché pretendono di cambiare a tutti i costi quelli che li circondano! Quante mo­gli, quanti mariti si agitano e si irritano perché vorrebbero che l'altro coniuge non avesse più tale o tal altro difetto! Il Signore ci domanda invece di sopportare con pazienza i di­fetti del nostro prossimo.
Riflettiamo: se il Signore non ha ancora trasformato que­sta persona, se non le ha ancora tolto questa o quella imper­fezione, vuoi dire che la sopporta qual è! Egli attende pa­zientemente il momento opportuno, quindi anch'io devo fa­re come lui. Devo pregare e pazientare. Perché essere più esi­gente e più pressante di Dio? A volte ritengo che la mia pre­mura sia motivata dall'amore, invece dovrei dirmi che Dio ama infinitamente più di me, eppure è meno frettoloso. « Sia­te dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l'agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piog­ge di primavera » (Gc 5,7).
L'esercizio della pazienza è tanto importante, perché opera in noi una purificazione assolutamente indispensabile. Cre­diamo di volere il bene degli altri, o il nostro personale, ma questo volere è spesso frammisto ad una grande ricerca na­scosta di noi stessi, di amor proprio, di attaccamento alle con­vinzioni personali, ristrette e limitate (alle quali tuttavia te­niamo molto) e che vorremmo imporre agli altri e talvolta anche a Dio. Dobbiamo a tutti i costi essere liberati da que­sta ristrettezza di cuore e di giudizio, perché il bene che si realizza non sia quello che noi immaginiamo e concepiamo, ma quello che corrisponde ai disegni di Dio, tanto più vasti e belli.




13. Pazienza verso i nostri errori e le nostre imperfezioni 
Quand'anche una persona avesse fatto un certo cammi­no nella vita spirituale, desiderasse veramente amare il Si­gnore con tutto il cuore, avesse imparato ad avere fiducia in lui e ad abbandonarsi nelle sue mani in mezzo alle diffi­coltà, le resterebbe, tuttavia, ancora una circostanza in cui potrebbe spesso rischiare di perdere la pace, la quale viene molto usata dal demonio per scoraggiarla e turbarla: si tratta della visione della propria miseria, dell'esperienza dei propri errori, delle cadute che potrebbe ancora fare in tale o tal al­tro ambito, malgrado la sua buona volontà.
Anche in quel caso è importante rendersi conto che la tristezza, lo scoraggiamento e l'inquietudine che proviamo, dopo aver commesso una colpa, non sono buoni sentimenti e che dobbiamo invece fare di tutto per dimorare nella pace.
Ecco il principio fondamentale che deve guidarci nell'e­sperienza quotidiana delle nostre miserie e delle nostre ca­dute: non si tratta tanto di compiere sforzi sovrumani per eliminare totalmente le nostre imperfezioni ed i nostri pec­cati (la qual cosa è comunque fuori dalla nostra portata!), quan­to di saper ritrovare al più presto la pace quando ci capita di macchiarci di una colpa o quando siamo turbati dall'esperienza delle nostre imperfezioni, evitando sempre la tristezza e lo sco­raggiamento.
Non si tratta di lassismo, né di rassegnazione alla medio­crità, al contrario di un modo per santificarci più rapidamente e questo per diverse ragioni.
La prima è che, come abbiamo già sottolineato, Dio agi­sce nella pace dell'anima. Non è grazie alle nostre forze che riusciremo a liberarci dal peccato, solo la grazia di Dio ne verrà a capo. Piuttosto che prendercela con noi stessi, sareb­be più efficace ritrovare la pace per lasciar modo a Dio di agire.
La seconda ragione è che un tale atteggiamento fa più piacere al Signore. Cosa rende contento Dio? Quando dopo una caduta ci si scoraggia e ci si tormenta? O quando si rea­gisce dicendo: « Signore, ti chiedo perdono, ho peccato an­cora: ecco cosa sono capace di fare, lasciato a me stesso! Ma mi abbandono fiducioso alla tua misericordia. Ti ringrazio di non aver permesso che peccassi ancora più gravemente. Ho fiducia in te: so che un giorno mi guarirai completamen­te. Nell'attesa ti chiedo che l'esperienza della mia miseria mi porti ad essere più umile, più dolce verso gli altri, più con­sapevole che nulla posso da solo, ma che devo sperare solo nel tuo amore e nella tua infinita misericordia ». La risposta è chiara.
La terza ragione è che il turbamento, la tristezza, lo sco­raggiamento che proviamo in seguito a insuccessi o colpe, ra­ramente sono sentimenti puri che scaturiscono da un since­ro dolore di aver offeso Dio. Essi si mescolano a una buona parte di orgoglio. Siamo tristi, scoraggiati, non tanto perché Dio è stato offeso, ma perché l'immagine ideale che abbia­mo di noi è venuta brutalmente a crollare. Il nostro dolore è proprio quello dell'orgoglio ferito! Questa eccessiva sensazione dolorosa è un segno che rivela che abbiamo riposto fi­la esclusivamente in noi stessi, nelle nostre proprie forze non in Dio. Ascoltiamo i consigli di Lorenzo Scupoli:

« Sembrerà molto spesso al servo presuntoso di avere ottenuto la diffidenza di sé e la confidenza in Dio, (che sono i due fondamenti della vita spirituale: non con­tare su se stesso e contare su Dio) e non sarà così. E di ciò ti chiarirà l'effetto che produrrà in te il cadere. Se tu dunque quando cadi t'inquieti, t'attristi e ti senti chiamare ad una certa disperazione pensando di non po­ter più andar innanzi e far bene, segno certo è che tu con­fidavi in te e non in Dio. E se molta sarà la tristezza e la disperazione, vorrà dire che avrai confidato molto in te e poco in Dio; essendo ché colui eh 'è in gran parte scon­fidato di se stesso e confidato in Dio, quando cade non si meraviglia né s'attrista né si rammarica, riconoscendo che ciò gli occorre per sua debolezza e poca confidenza in Dio: anzi più è sconfidato di sé, più umilmente confi­da in Dio: e avendo in odio il difetto sopra ogni cosa e le disordinate passioni, causa della caduta, provando un grande dolore — comunque sempre quieto e pacifico — per l'offesa recata a Dio, prosegue poi nelle sue occupa­zioni e perseguita i suoi nemici insino alla morte con mag­gior animo e risoluzione » (II combattimento spirituale, cap. IV).
«Molti in questo ancora s'ingannano. Attribuiscono la pusillanimità e l'inquietudine che seguono dopo il pec­cato (perché è sempre accompagnato da qualche dispiace­re) a virtù, non sapendo che nascono da occulta superbia e presunzione fondate nella fiducia in loro stessi e nelle proprie forze, nelle quali (stimandosi da qualche cosa) ave­vano soverchiamente confidato; scorgono invece dalla prova della caduta che loro mancano, si turbano e meravigliano come di cosa nuova e s'impusillanimiscono, vedendo andato a terra quel sostegno in cui vanamente avevano ripo­sto la confidenza loro.
Non accade questo all'umile, il quale, confidando solo nel suo Dio e di sé niente presumendo, quando incorre in qualsivoglia colpa, ancorché ne senta dolore, non se ne inquieta o ne prenda meraviglia, sapendo che tutto ciò che gli avviene è per sua miseria e propria debolezza, da lui con lume di verità molto conosciuta » (Id. cap. V).




14. Dio può trarre il bene anche dalle nostre colpe 
La quarta ragione per cui tristezza e scoraggiamento so­no da allontanare è che non bisogna prendere troppo sul tra­gico le nostre mancanze, perché Dio è capace di trame del bene. Teresa di Gesù Bambino amava molto questa frase di san Giovanni della Croce: « L'amore sa trarre profitto da tut­to, dal bene come dal male che trova in me, e trasformare tutte le cose in sé ». La nostra fiducia in Dio deve arrivare fino a questo: credere che egli è tanto buono e potente da trarre profitto da ogni cosa, compresi i nostri errori e le nostre in­fedeltà. Quando cita la frase di san Paolo « Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio », Sant'Agostino aggiunge: « Etiam peccata », anche il peccato!
Certo dobbiamo lottare energicamente contro il peccato e correggerci dalle nostre imperfezioni. Dio vomita i tiepidi, e nulla raffredda tanto l'amore quanto la rassegnazione ad una certa mediocrità (d'altronde questa rassegnazione non è che una mancanza di fiducia in Dio e nella sua capacità di renderci santi!). Inoltre quando siamo stati causa di qual­che male dobbiamo cercare di riparare, nella misura del pos­sibile. Ma non dobbiamo cedere allo sconforto poiché Dio, una volta che ci siamo rivolti a lui con cuore pentito, sarà capace di fare scaturire un bene dalle nostre colpe. Almeno questo: cresceremo nell'umiltà ed apprenderemo a riporre sempre meno fiducia nelle nostre forze e sempre più in lui.La misericordia del Signore è tanto grande da utilizzare gli errori a nostro vantaggio! Ruysbroek, mistico fiammingo del medioevo, scrive: « II Signore, nella sua clemenza, ha vo­luto ritorcere i nostri peccati contro loro stessi e per noi; ha trovato il modo di renderli a noi utili, di convertirli nelle no­stre mani in strumenti di salvezza. Che tutto questo non di­minuisca di nulla il nostro timore di peccare, né il nostro do­lore per aver peccato. Ma i nostri peccati sono diventati per noi fonte d'umiltà ». Aggiungiamo anche che possono in egual misura diventare fonte di dolcezza e misericordia verso il pros­simo. Proprio io che cado tanto facilmente, come posso per­mettermi di giudicare il mio fratello, come posso non essere misericordioso nei suoi confronti, così come il Signore è sta­to con me?
Dunque, dopo una colpa qualsiasi, invece di restare in­definitamente ripiegati su noi stessi rimuginandone il ricor­do, volgiamoci subito a Dio con fiducia, anzi ringraziamolo del bene che la sua misericordia trarrà da questo peccato!
Dobbiamo sapere che una delle armi, che più spesso il demonio utilizza per impedire il cammino delle anime verso Dio, è proprio il cercare di scoraggiarle alla vista dei loro peccati.
Dobbiamo saper distinguere il vero pentimento, il vero desiderio di correggersi (che è sempre dolce, tranquillo, fi­ducioso) da quello falso che turba, scoraggia e paralizza. Non tutti i rimproveri che ci vengono mossi dalla nostra coscien­za sono ispirati dallo Spirito santo! Alcuni vengono dal no­stro orgoglio o dal demonio e dobbiamo imparare a discernerli. La pace è un criterio essenziale nel discernimento de­gli spiriti. I sentimenti che vengono dallo Spirito di Dio pos­sono essere molto potenti e profondi, ma sempre pacifici. Ascoltiamo ancora Scupoli:

« Per conservare il tuo cuore pacifico in tutto occorre anche che tu lo difenda e custodisca da certi scrupoli e rimorsi interiori che sono alcuna volta del demonio, sebbene (perché ti accusano di qualche mancamento) pare che vengano da Dio. Dai frutti loro conoscerai d'onde pro­cedono.
Se ti abbassano, ti fanno diligente nel bene operare, né ti tolgono la confidenza in Dio, li devi ricevere come venissero da Dio con rendimento di grazie, ma se ti con­fondono e fanno pusillanime, diffidente, pigro e lento nel bene, tieni pur per cosa certa che vengono dall'Avversa­rio; però, non dando loro orecchio, prosegui nel tuo eser­cizio » (II combattimento spirituale, cap. XXV).

Comprendiamo questo: per la persona di buona volon­tà quello che rende grave il peccato non è tanto la colpa in se stessa quanto l'abbattimento in cui si cade. Colui che cade, ma si rialza subito, non ha riportato gravi perdite, ha piuttosto guadagnato: in umiltà, in esperienza della mise­ricordia, ecc. Colui che invece resta triste ed abbattuto per­de molto di più. Il segno manifesto del progresso spiritua­le non è tanto il non cadere più, quanto l'essere capace di rialzarsi rapidamente dalle proprie cadute e di non dramma­tizzarle.




15. Che fare quando abbiamo peccato? 
Dall'insieme di quanto appena detto, emerge una regola di condotta per noi molto importante, da tener presente quan­do ci capita di cadere nella vita spirituale. Certo, dobbiamo provare un dolore vivo per aver peccato, domandare perdo­no a Dio e supplicarlo umilmente di accordarci la grazia di non offenderlo più in un modo simile, prendere, se necessa­rio, la risoluzione di confessarci, appena possibile. Tutto que­sto però senza rattristarci, né scoraggiarci, bensì cercando di ritrovare al più presto la nostra pace (grazie alle conside­razioni di cui sopra) e riprendendo normalmente la nostra vita spirituale come se nulla fosse successo. Prima ritroveremo la pace e meglio sarà! Progrediremo tanto di più in que­sto modo, che non innervosendoci contro noi stessi!
Un esempio concreto, molto importante, è il seguente: quando cadiamo in una mancanza qualunque e siamo atta­nagliati dal turbamento, siamo spesso tentati di rallentarci nella vita di preghiera, di non prendere più, ad esempio, il nostro tempo abituale di adorazione silenziosa. Troviamo, a quel momento, delle buone giustificazioni: « Come posso presentarmi a lui in questo stato, proprio io che l'ho appena offeso, io che sono caduto nel peccato? ». Potranno anche passare diversi giorni prima di riprendere le nostre abitudini di preghiera. Questo è un errore grave, non è che falsa umil­tà ispirata dal demonio. Occorre invece non cambiare asso­lutamente nulla della nostra abituale pratica di preghiera. Do­ve potremo trovare la guarigione se non vicino a Gesù? I no­stri peccati sono un pessimo pretesto per allontanarci da lui, perché più siamo peccatori più abbiamo il diritto di appros­simarci a colui che ha detto: « Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati... Infatti, non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori » (Mt 9,12-13).
Se aspettiamo d'essere giusti per avere una vita regolare d'orazione, potremmo anche aspettare a lungo. Al contra­rio, accettando di comparire davanti al Signore nel nostro stato di peccatori, riceveremo la guarigione e, poco a poco, saremo trasformati in santi.
Bisogna smascherare un'importante illusione: non vorrem­mo presentarci al Signore che puliti, ben pettinati e conten­ti di noi stessi! Ma c'è molta presunzione in questo atteggia­mento! Tutto considerato, vorremmo volentieri poter fare a meno della misericordia. Pertanto, qual è la natura di que­sta pseudo-santità alla quale aspiriamo, a volte incosciente­mente, e che farebbe sì che non avessimo più bisogno di Dio? La vera santità, al contrario, consiste nel riconoscere sem­pre più che dipendiamo completamente dalla sua misericordia!
Per chiudere questo punto, vorremmo far notare quanto segue: se è vero che è pericoloso fare il male — questo è già assodato! — e che dobbiamo fare di tutto per evitarlo, è anche vero che lo sarebbe altrettanto, considerata la nostra natura, fare soltanto del bene. In verità, segnati dal peccato originale, abbiamo una tendenza tanto radicata all'orgoglio, che è molto difficile, anzi impossibile, fare del bene senza appropriarce­ne un poco, senza attribuirne almeno una parte alle nostre capacità e alla nostra santità! Se il Signore non ci permettes­se di fare, di tanto in tanto, qualche sbaglio e di ricadere in qualche imperfezione, saremmo in grave pericolo. Cadrem­mo ben presto nella presunzione, nel disprezzo per gli altri, e dimenticheremmo che tutto ci viene da Dio gratuitamente. Nulla, come un tale orgoglio, impedisce il vero amore. Per preservarci da un male così grande il Signore permette, a volte, un male minore. Dobbiamo ringraziarlo per questo perché senza un simile « parapetto » saremmo gravemente in pericolo di perderci.





16. L'inquietudine di fronte a decisioni da prendere 
Esaminiamo ora un'ultima ragione, che ci fa perdere ogni tanto la pace, cioè il turbamento della coscienza che può at­tanagliarci quando dobbiamo prendere delle decisioni. Ab­biamo paura che quanto decidiamo possa avere delle spiace­voli conseguenze, temiamo di non fare la volontà del Signo­re e altre cose simili.
Tali situazioni possono essere molto penose. L'atteggia­mento generale di abbandono e di fiducia di cui abbiamo par­lato, quel rimettere tutto nelle mani di Dio, che fa sì che non « drammatizziamo » mai nulla (neanche le conseguenze che possono avere i nostri errori!), sarà molto utile in queste si­tuazioni di incertezza.
Vorremmo tuttavia fare qualche precisazione che potrà essere di aiuto per chi deve prendere delle decisioni.
La prima cosa da dire è che uno degli errori da evitare, di fronte a una decisione importante, è quello della fretta eccessiva e della precipitazione. Una certa lentezza è spesso necessaria al fine di considerare meglio le cose e lasciare il nostro cuore orientarsi tranquillamente e dolcemente verso una buona soluzione. San Vincenzo de' Paoli prendeva le de­cisioni inerenti ai problemi che gli si presentavano solo dopo ponderate riflessioni (e soprattutto preghiere!), al punto che quanti lo circondavano lo trovavano troppo lento a decide­re. Ma l'albero si giudica dai frutti!
Prima di prendere una decisione, bisogna fare tutto il pos­sibile per vedere le cose chiaramente e non decidere in mo­do frettoloso. Occorre analizzare la situazione e i suoi diffe­renti aspetti, considerare attentamente le nostre motivazio­ni, per poter decidere con cuore puro e non in funzione del nostro interesse proprio, pregare per chiedere l'illuminazione dello Spirito santo e la grazia di agire in conformità alla volontà di Dio, e semmai, infine, domandare il consiglio di persone che possano farci vedere le cose sotto la giusta luce.
A tale proposito dobbiamo sapere che ogni persona po­trà incontrare, soprattutto nella propria vita spirituale, alcu­ne situazioni in cui non sempre sarà in grado di discernere e mantenersi nella pace senza ricorrere ad una guida spiri­tuale. Il Signore non vuole che siamo autosufficienti. Fa parte della sua pedagogia permettere che a volte ci ritroviamo nel­l'impossibilità di trovare luce e pace da soli, senza la media­zione di un'altra persona con la quale ci confidiamo. Dob­biamo sapere che talvolta non possiamo trovare da soli, sen­za l'aiuto di qualcuno a cui apriamo l'anima, quella pace in­teriore tanto preziosa. Sant'Alfonso de' Liguori è stato un direttore di anime senza eguale, ma per quanto concerneva la sua vita spirituale era spesso incapace di orientarsi senza l'aiuto di una persona alla quale aprirsi e ubbidire.
Vi è in questa apertura del cuore un atteggiamento di umil­tà molto gradito al Signore, che spesso neutralizza le trappo­le che il nemico ci tende per farci cadere in errore e turbarci.
Ritorniamo al nostro argomento della pace nel decidere. Quando ci sforziamo di ricercare la volontà di Dio, spesso il Signore ci parla in diversi modi e ci fa comprendere chia­ramente come dobbiamo agire, soprattutto se si tratta di de­cisioni importanti. Ma può succedere che una persona, pur ricercando con tutto il cuore la volontà del Signore, non ri­ceva una risposta chiara. In situazioni in cui ci chiediamo (e dobbiamo farlo) qual è la volontà del Signore, non sempre otteniamo una risposta, almeno per cose non fondamentali.
Questo è del tutto normale! Dio ci lascia semplicemente liberi e, per ragioni sue, non si manifesta. È bene saperlo, perché spesso succede che alcuni, per paura di sbagliare o di non fare la sua volontà, cercano di avere una risposta a tutti i costi: allora, si moltiplicano le riflessioni, le preghiere, si apre dieci volte la Bibbia per leggere un testo e avere la luce desiderata, ecc. Malgrado questo (che inquieta e turba ancor di più), non si vede più chiaro: si ha un testo, ma non si sa come interpretarlo e così via.
Dobbiamo invece accettare tranquillamente che il Signore ci lasci nell'incertezza e non voler « forzare le cose » inutil­mente. Ascoltiamo cosa ci suggerisce allora suor Faustina Kowalska:

« Quando non sappiamo cosa sia meglio fare, dobbia­mo riflettere, considerare e prendere consiglio, perché non abbiamo il diritto di agire nell'indecisione della coscien­za. Nell'indecisione (in caso essa perduri), bisogna dirsi: qualunque cosa io faccia andrà bene, visto che ho l'inten­zione di fare del mio meglio. Quanto noi consideriamo buono, Dio lo accetta e lo considera come buono. Non ci si rattristi, se dopo un certo tempo non si vedono buoni risultati. Dio guarda l'intenzione con cui avviamo le cose e accorderà la ricompensa secondo questa intenzione. E’ un principio che dobbiamo seguire » (Diario spirituale).

Spesso ci tormentiamo eccessivamente a proposito delle nostre decisioni. Così come c'è una falsa umiltà e una falsa compassione, esiste a volte ciò che potremmo chiamare una « falsa obbedienza » a Dio: vorremmo essere sempre e assolutamente certi di fare la sua volontà in ogni scelta anche pic­cola e non sbagliare mai. In questo atteggiamento c'è tutta­via qualcosa che non è proprio giusto, per diversi motivi.
Da un lato, questo desiderio di sapere quello che Dio vuo­le, nasconde talvolta una certa qual difficoltà a sopportare una situazione d'incertezza: vorremmo essere esonerati dal dover decidere noi. Spesso, però, il Signore vuole proprio che sappiamo decidere, anche se non siamo sicuri che quella sia la decisione migliore. In realtà, nella capacità di decidere nell'incertezza, vi è un atteggiamento di fiducia e di abban­dono: « Signore, ho riflettuto e pregato per sapere quale fosse la tua volontà. Non vedo le cose molto chiaramente, ma non mi turbo. Non intendo passare ore ed ore a rompermi la te­sta: decido per tale cosa perché, tutto considerato, mi sem­bra la migliore, e abbandono tutto nelle tue mani. So bene che anche se dovessi sbagliare non me ne vorresti, perché ho agito con una retta intenzione, e sarai capace di trarre del bene da questo errore. Sarà per me fonte di umiltà e ne ricaverò qualche insegnamento! ».
D'altra parte ci piacerebbe molto essere infallibili, ma que­sto desiderio nasconde spesso molto orgoglio e anche la pau­ra di essere giudicati dagli altri. Colui che invece accetta di sbagliare di tanto in tanto anche di fronte agli altri, manife­sta una vera e propria umiltà e un sincero amore verso Dio.
Liberiamoci dalla falsa idea che abbiamo, su ciò che Dio esige da noi: Dio è padre, buono e compassionevole, cono­sce le infermità dei suoi piccoli e sa che sono limitati nel giu­dicare. Egli ci chiede buona volontà, intenzione retta, ma in nessun caso esige che siamo infallibili e che tutte le nostre > decisioni siano perfette! Di più, se tutte le nostre decisioni fossero perfette, questo ci farebbe più male che bene. Ci pren­deremmo subito per superuomini.
In conclusione: il Signore preferisce che decidiamo sen­za tergiversare, anche quando siamo nell'incertezza, e che ci rimettiamo nelle sue mani per tutto ciò che accadrà, piuttosto che tormentarci senza mai decidere. Poiché vi è molto più abbandono e fiducia — dunque amore — nel primo at­teggiamento che nel secondo. Dio desidera che camminiamo nella libertà di spirito senza troppi cavilli. Il perfezionismo non ha niente a che vedere con la santità.
È parimenti importante saper distinguere i casi in cui è necessario prendere del tempo per discernere e decidere (quan­do ad esempio si tratta di decisioni che investono tutta la nostra vita), e i casi in cui invece sarebbe sciocco e contrario alla volontà di Dio prendere troppo tempo e precauzioni prima di decidere, quando non c'è molta differenza tra una risolu­zione e l'altra. Come ci ricorda san Francesco di Sales, se è normale pesare con cura i lingotti d'oro, quando si tratta di moneta spicciola ci contentiamo di fare rapide valutazio-ni. Il demonio, che cerca sempre d'infastidirci, fa sì che ci domandiamo per ogni minima decisione se quello che andia­mo a fare è o meno la volontà del Signore e suscita inquietu­dini, scrupoli e rimorsi di coscienza.
Dobbiamo sì avere un costante e profondo desiderio di obbedire a Dio, questo però deve originarsi nell'amore e non nella paura. Proviene dallo Spirito santo, solo se è accompa­gnato da pace, libertà interiore, fiducia e abbandono; non certo se è causa di turbamento che paralizza la coscienza e impedisce di decidere liberamente.
È vero, d'altronde, che il Signore può permettere dei mo­menti in cui questo desiderio di obbedirgli ci causa dei veri e propri tormenti. Esiste anche il caso di persone scrupolose per temperamento. Ciò costituisce una prova molto doloro­sa dalla quale il Signore non libera sempre totalmente in questa vita. Sta di fatto però che dobbiamo cercare il più possibile di camminare nella libertà interiore e nella pace e sapere ri­conoscere il demonio quando cerca di utilizzare i nostri buo­ni desideri per renderci inquieti. Non lasciamoci trarre in inganno.
Quando qualcuno è lontano da Dio, l'Avversario lo ten­ta attirandolo verso cose non buone. Quando qualcuno è vicino a Dio e desidera piacergli ed obbedirgli, il demonio lo tenta sia per mezzo del male (questo però si riconosce facil­mente) sia, più frequentemente, per mezzo del bene. Ciò si­gnifica che egli si serve del nostro desiderio di fare del bene per turbarci. Ci presenta come volontà di Dio certe opere buone, ma al di là delle nostre forze del momento, o un sa­crificio che non è quello che Dio domanda e così via. Tutto questo per scoraggiarci e farci perdere la pace! Vuole per­suaderci che non facciamo abbastanza o che quello che fac­ciamo non lo facciamo per amore verso Dio, che il Signore non è contento di noi, ecc. Egli suscita ogni sorta di scrupoli e inquietudini che noi dobbiamo semplicemente ignorare, get­tandoci tra le braccia di Dio come dei bimbi. Quando per­diamo la pace per ragioni simili a quelle appena dette, pro­babilmente vuole dire che il demonio ci mette lo zampino. Cerchiamo dunque di recuperare la calma e, se non ci riu­sciamo da soli, apriamoci a una persona spirituale. Il sempli­ce fatto di parlarne a qualcun altro sarà spesso sufficiente a far sì che scompaiano i turbamenti e ritorni la pace.
Terminiamo ascoltando san Francesco di Sales che parla di questo spirito di libertà che deve animarci in tutte le no­stre azioni e decisioni:

« Vi ho ripetuto molte volte che nella pratica delle virtù non bisogna essere troppo pignoli, ma procedere serena­mente, francamente e semplicemente, alla vecchia manie­ra francese, con libertà, alla buona, grosso modo, lo temo assai lo spirito di costrizione e di malinconia. No, cara figlia, io desidero che abbiate, nella via di nostro Signore, un cuore largo e grande, ma umile, dolce e costante ».
(A Madame de Chantal, 1° novembre 1604).



17. La via regale dell'amore 
Perché in definitiva la via migliore è questa maniera di procedere basata sulla pace, la libertà, l'abbandono fiducioso in Dio, l'accettazione tranquilla delle nostre infermità ed anche delle cadute? Perché la sola vera perfezione è quella del­l'amore. In questa via vi è più amore vero per Dio. Suor Faustina diceva: « Quando non so che fare, interrogo l'amore, è lui che mi consiglia per il meglio ». Il Signore ci chiama alla perfezione: « Siate perfetti come il vostro Padre del cic­lo è perfetto! ». Ma secondo il Vangelo è più perfetto colui che ama di più, non colui che si comporta in modo esterna­mente irreprensibile.
La condotta più perfetta non è quella che corrisponde al­l'immagine che a volte ci facciamo della perfezione, come po­trebbe essere un comportamento impeccabile e senza sbava­ture. Essa è quella dove si nutre più amore disinteressato per Dio e meno ricerca orgogliosa di se stessi. Colui che accetta d'essere debole, di cadere spesso, di non essere nulla ai pro-pri occhi né a quelli degli altri — senza però preoccuparsene eccessivamente poiché ha fiducia in Dio e sa che il suo amo­re è infinitamente più importante delle sue imperfezioni e delle sue colpe — ama molto più di colui che spinge la preoc­cupazione della propria perfezione fino all'inquietudine. E meno centrato su se stesso e più su Dio.
Beati i poveri di spirito perché a loro appartiene il regno dei cicli: beati coloro i quali, illuminati dallo Spirito santo, hanno imparato ad accettare gioiosamente la loro povertà met­tendo tutte le loro speranze non in se stessi ma in Dio. Lui stesso sarà la loro ricchezza, la loro perfezione, la loro santi­tà, la loro virtù. Beati coloro che sanno amare la propria po­vertà, perché essa è la meravigliosa occasione donata a Dio di manifestare l'immensità del suo amore e della sua miseri­cordia. Diventeremo santi il giorno in cui la nostra incapacità e il nostro nulla non saranno più per noi causa di tristezza e d'inquietudine bensì di pace e gioia.
Questa via di povertà, che è anche la via dell'amore, è la più efficace per farci crescere, per farci acquisire progres­sivamente tutte le virtù e per purificarci dalle colpe. Solo l'a­more è fonte di crescita, solo l'amore è fecondo. Solo l'amore purifica profondamente dal peccato: « II fuoco dell'amo­re purifica più del fuoco del purgatorio » (Teresa di Gesù Bam­bino). Questo cammino basato sulla gioiosa accettazione della propria povertà non è affatto una rassegnazione dalla medio­crità, un'abdicazione alla perfezione. E il percorso più rapi­do e sicuro verso di essa, poiché ci predispone ad essere do­cili all'azione della grazia come bimbi che si lasciano condurre dall'amore misericordioso del Padre, laddove con le proprie forze non arriverebbero mai.




18. Qualche consiglio come conclusione
 
Cerchiamo dunque di mettere in pratica quanto detto, con pazienza, perseveranza e, soprattutto, senza scoraggiar­ci se non ci riusciamo perfettamente! Se posso permettermi di usare questa formula un po' paradossale: non bisogna per­dere la pace perché non riusciamo sempre a restare nella pa­ce come vorremmo! La nostra rieducazione è lenta. Occorre essere molto pazienti con se stessi.
Dunque, principio fondamentale: « lo non mi scoraggio mai! ». E ancora una frase di Teresa di Gesù Bambino. Essa è il modello forse più bello di quello spirito che abbiamo ten­tato di descrivere in queste pagine. Ricordiamo anche una parola di santa Teresa d'Avila: « La pazienza ottiene tutto ».
Altro principio pratico, molto utile, è il seguente: se non sono capace di fare grandi cose, non mi scoraggio, ma ne faccio delle piccole! A volte, perché incapaci di grandi gesti, di atti eroici, trascuriamo le piccole cose, alla nostra portata, che sono tanto feconde. Apriamo il nostro cuore a queste parole di Gesù: « Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padro­ne, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; pren­di parte alla gioia del tuo padrone » (Mt 25,21). Se il Signo­re ci troverà fedeli nel perseverare nei piccoli sforzi per pia­cergli, interverrà lui stesso e ci stabilirà in una grazia più ele­vata. Quindi se non sono ancora capace di mantenermi nella
pace davanti a situazioni difficili, che io cominci a sforzarmi di custodirla nelle situazioni più semplici, assolvendo tran­quillamente e senza nervosismo i miei compiti quotidiani, avendo cura di fare bene ogni cosa al momento presente senza preoccuparmi della successiva, parlando tranquillamente e con dolcezza a quelli che mi circondano, evitando un'eccessiva fretta nei gesti o nella maniera, per esempio, di salire le sca­le, ecc. I primi gradini della scala della santità possono ben essere quelli del mio appartamento! L'anima si rieduca mol­to spesso attraverso il corpo! Le piccole cose fatte con amo­re e per accontentare Dio apportano un grande beneficio al­la nostra crescita. È uno dei segreti della santità di Teresa di Gesù Bambino.
Se perseveriamo in questo modo, potremo vivere la pa­rola di san Paolo:

« Non angustiatevi pernulla, ma in ogni necessità espo­nete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelli­genza, custodirà i vostri cuori ed i vostri pensieri in Cristo Gesù» (Fil 4,6-7).


E questa pace nessuno potrà mai rapirla dal nostro cuore.






terza parte
CE LO DICONO I SANTI






*JUAN DE BONILLA (XVI sec.)* 



La pace, cammino verso la perfezione
L'esperienza vi mostrerà che la pace, che riverserà nella vostra anima la carità, l'amore di Dio e del prossimo, è la via più diretta verso la vita eterna.
Abbiate cura di non lasciare mai che il vostro cuore si preoccupi, si rattristi, si commuova, né che conviva con quan­to potrebbe causargli inquietudine, ma lavorate sempre per mantenerlo tranquillo, poiché il Signore dice: Beati i pacifici. Fate questo e il Signore edificherà, nella vostra anima, la città della pace e farà di voi la casa delle delizie. Ciò che si aspet­ta da parte vostra è solo che tutte le volte in cui vi capita di preoccuparvi sappiate riacquistare la calma e la pace da soli, nelle opere, nei pensieri e nei movimenti, senza eccezione.
Così come una città non si edifica in un giorno, non pen­sate affatto di arrivare in un sol giorno alla pace e all'acquie­tamento interiore, perché si tratta di edificare una dimora per Dio e che voi diventiate suo tempio. Sarà lo stesso Si­gnore a costruire: senza di lui il vostro lavoro sarà inutile.
D'altra parte considerate che questo edificio ha per fon­damento l'umiltà.




Tenere l'anima libera e senza vincoli 
Che la vostra volontà sia sempre pronta ad ogni evenien­za, e che il vostro cuore non sia assoggettato a nulla. Quan­do formulerete qualche desiderio, che sia fatto in modo di non provare poi alcuna pena in caso di fallimento, di custo­dire l'animo in pace come se nulla aveste sperato. La vera libertà consiste nel non legarsi a niente.
È proprio così, senza vincoli, che il Signore vuole la vo­stra anima per potervi operare le sue grandiose meraviglie '.









*LORENZO SCUPOLI (1520-1610)* 


Cosa fare quando abbiamo peccato?
Quando tu ti trovi ferita (si riferisce ad un'anima) per essere caduta in qualche difetto per tua debolezza, ovvero anco talora per volontà e malizia, non t'impusillanimire, né t'inquietare per questo, ma rivolgendoti subito a Dio digli così: « Ecco, Signor mio, cosa ho fatto da quello che sono, né da me altro ci si poteva aspettare che cadute ». E qui con un poco di cal­ma umiliati ai tuoi occhi, rammaricati dell'offesa del Signore e senza confonderti sdegnati contro le tue viziose passioni, principalmente contro quella che ti ha cagionato la caduta. Seguita poi: « Né mi sarei fermata qui, Signore, se tu per tua bontà non mi avessi tenuta ». E qui rendigli grazie ed amalo più che mai, stupendoti per tanta clemenza poiché of­feso da te ti porge la mano destra perché tu non cada di nuovo.
In ultimo dirai con gran confidenza nella sua infinita mi­sericordia: « Fa' tu, Signore, da quello che sei: perdonami, né permettere che io viva da te separata, né lontana giam­mai, né che più ti offenda ». E fatto questo, non ti dare a pensare se Iddio ti abbia perdonato o no perché ciò non è altro che superbia, inquietudine di mente, perdita di tempo ed inganno del demonio sotto colore di diversi buoni prete­sti. Però lasciandoti liberamente nelle mani pietose di Dio, seguita il tuo esercizio come se non fossi caduta.
E se molte volte al giorno tornassi a cadere e restare feri­ta, fa' quello che ti ho detto, con non meno fiducia la secon­da, la terza ed ancor l'ultima volta, che la prima; e dispre­giando sempre più te stessa e più odiando il peccato, sforza­ti di vivere più cauta. Questo esercizio spiace molto al de­monio, sia perché vede che è graditissimo a Dio sia perché ne viene a rimanere confuso, trovandosi superato da chi pri­ma egli aveva vinto... E se dopo il difetto ti sentissi inquie­ta, confusa e sconfidata, la prima cosa che tu hai da fare è il recuperare la pace, la tranquillità del cuore e la fiducia in­sieme
( di combattimento spirituale, cap. XXVI).





*San Francesco di Sales (1567-1622)* 



Dio è il Dio della pace
Poiché l'amore non dimora che nella pace, vi raccoman­do di avere sempre cura di conservare per bene la santa tran­quillità di cuore.
Tutti i pensieri che procurano inquietudine e agitazione di spirito non vengono affatto da Dio poiché egli è il princi­pe della pace. Sono tentazioni del nemico e pertanto biso­gna scacciarle e non tenerne conto.
Bisogna vivere tranquillamente in tutto e per tutto. Se ci arriva una sofferenza, intcriore o esteriore, la dobbiamo accettare tranquillamente. Se ci arriva una gioia accogliamo­la con eguale tranquillità, senza trasalire. Dobbiamo fuggire il male? Bisogna che sia fatto tranquillamente, senza preoc­cupazione, poiché altrimenti nella fuga potremmo cadere e dare occasione al nemico di ucciderci. Dobbiamo fare del bene? Facciamolo serenamente altrimenti potremmo commet­tere molti errori con l'agitazione. Bisogna fare tranquillamente perfino la penitenza.
(Lettera alla Badessa del Puy d'Orbe).





Come ottenere la pace 
Facciamo tre cose, mia carissima figlia, e avremo la pa­ce: abbiamo una pura intenzione di volere, in tutte le cose, l'onore di Dio e la sua gloria; facciamo il poco che possiamo a tal fine, secondo l'opinione del nostro direttore spirituale; e lasciamo a Dio la cura di tutto il resto. Chi ha Dio come oggetto delle sue intenzioni, e fa quanto può, perché dovrebbe turbarsi? Cosa potrebbe temere?
No e poi no, Dio non è così terribile con quelli che ama. Egli si contenta di poco poiché sa bene che non abbiamo che poco. Sappiate, figlia cara, che nostro Signore è chiamato prin­cipe della pace nelle Scritture e che nonostante sia padrone di tutto, tiene tutto nella pace. Nondimeno è vero che prima di stabilire la pace in un luogo vi procura la guerra, separando l'anima da ciò che le è più caro e abituale, vale a dire dall'amore smisurato per se stessa, dall'autocompiacimento ed altri simili.
Orbene, quando nostro Signore ci separa da queste passio­ni così graziose e care, sembra scorticare vivo il nostro cuore. Si provano sentimenti molto amari. Non possiamo evitare di dibatterci con tutta l'anima, perché questa separazione è molto dolorosa. Ma tutto questo dibattersi ci lascerà nella pace se alla fine non smettiamo di tenere la nostra volontà rassegnata a quella di nostro Signore lasciandocela inchiodare a suo buon piacere: così facendo non tralasceremo affatto i nostri incarichi e il loro svolgimento, ma li eseguiremo coraggiosamente. (id).




Pace e umiltà
La pace nasce dall'umiltà.
 
Nulla ci turba tanto quanto l'amor proprio e la stima che abbiamo di noi stessi... Come mai, quando cadiamo nell'imperfezione e nel peccato, siamo sorpresi, turbati e impazien­ti? Senza dubbio pensavamo di essere validi, risoluti e stabi­li. Di conseguenza, quando vediamo che non siamo nulla di tutto questo, ci ritroviamo col naso a terra e constatiamo di esserci sbagliati, siamo turbati, offesi e inquieti.
Se prendessimo seriamente coscienza di quello che sia­mo, invece di stupirci perché ci vediamo a terra, ci meravi-glieremmo di come possiamo ancora restare in piedi.


Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio 
Tutto si converte in favore di coloro che amano Dio. In verità, poiché Dio può e sa trarre il bene dal male, per chi lo farebbe se non per quelli che, senza riserve, si sono dona­ti a lui? Orbene, perfino i peccati (dai quali Dio nella sua bontà ci difenda!) sono ridotti dalla divina Provvidenza al bene di coloro che gli appartengono. Davide non sarebbe mai stato tanto pieno di umiltà se non avesse peccato, né Mad­dalena così innamorata del suo Salvatore se non le fossero stati perdonati tanti peccati che non avrebbero mai potuto essere perdonati se non fossero stati commessi.
Vedete, figlia mia cara, questo grande medico misericor­dioso: converte le nostre miserie in grazie e da alle nostre anime la salutare medicina contro la vipera delle nostre ini­quità. Ditemi, vi prego, cosa ne farà delle nostre afflizioni, delle nostre fatiche, e delle persecuzioni ricevute? Se dun­que succede che siate toccati da qualche dispiacere, di qua­lunque genere possa essere, rassicuratevi poiché se amate mol­to Dio tutto si convertirà in bene. Sebbene non vediate le vie attraverso le quali questo arriverà a voi, state pur certi che arriverà. Se Dio getta il fango dell'ignominia sui vostri occhi è per donarvi una buona vista e farvi assistere ad uno spettacolo d'onore. Se Dio permette che cadiate, come nel caso di san Paolo — da lui gettato a terra — è per innalzarvi alla sua gloria.


Desiderare in modo assoluto solo Dio, il resto con moderazione 
Non bisogna volere in modo assoluto che Dio, instanca­bilmente, fortemente. Il modo di servirlo, però, non biso­gna desiderarlo che dolcemente e moderatamente, affinchè, se siamo impediti di farlo, non ne siamo tanto scossi.





Fiducia nella Provvidenza 
La misura della divina Provvidenza su di noi è la fiducia che riponiamo in essa.
Non prevenite affatto le complicazioni di questa vita con l'apprensione, ma con la perfetta speranza che, man mano che si presenteranno, Dio al quale apparteniamo ce ne libe­rerà. Vi ha custodito fino ad oggi, tenetevi forte alla mano della sua Provvidenza ed egli vi assisterà in tutte le occasio­ni; dove non potrete camminare, vi porterà in braccio. Cosa avete da temere, mia carissima figlia, essendo di Dio, che ci ha così fortemente assicurati che, per coloro che l'amano, tutto si converte in gioia? Non pensate affatto a quello che succederà domani, poiché lo stesso Padre eterno, che ha cu­ra di voi oggi, ne avrà domani e sempre: non vi procurerà nessun male, o, se lo permetterà, vi darà anche un coraggio invincibile per sopportarlo.
Dimorate nella pace, mia carissima figlia, eliminate dalla vostra immaginazione quanto può turbarvi e dite spesso a nostro Signore: O Dio, siete il mio Dio e ho fiducia in voi; mi assisterete, sarete il mio rifugio e non avrò nulla da teme­re, poiché voi siete non solo con me ma in me, ed io in voi. Cosa può temere un bimbo tra le braccia di un tale padre? Siate proprio una bimba, carissima figlia. Come sapete, i bam­bini non pensano a molte faccende, hanno chi pensa per lo­ro: essi sono forti abbastanza se restano coi loro genitori. Fate proprio così, dunque, mia carissima figlia e sarete in pace.


Evitare la fretta 
Bisogna trattare con cura le proprie faccende, ma senza fretta né preoccupazione.
Non abbiate alcuna fretta, poiché ogni sorta di fretta turba la ragione e la capacità di giudizio e ci impedisce anche di fare bene la cosa che ci apprestiamo a fare con furia...
Quando nostro Signore riprende santa Marta le dice: « Marta, Marta, sei preoccupata e ti turbi per molte cose ». Vedete bene, se ella fosse stata semplicemente accurata, non si sarebbe affatto turbata; siccome era nella preoccupazione e nell'inquietudine si affrettava e si turbava. E per questo che il Signore la riprende...
Mai compito assolto con impetuosità e fretta fu ben fat­to... Ricevete dunque quanto vi accade nella pace e sforza­tevi di fare le cose con ordine, una dopo l'altra.


Pace davanti ai nostri difetti
Bisogna sì detestare i nostri difetti ma con un'avversio­ne calma e tranquilla, non certo contrariata e turbata. Pren­derne atto pazientemente e trame il profitto di una santa umi­liazione di noi stessi. Altrimenti, figlia mia, le imperfezioni che sottilmente vedete in voi vi turbano ancora più sottil­mente e così si mantengono, non essendovi nulla che con­serva di più le nostre tare che l'inquietudine e la fretta di eliminarle.


Dolcezza e pace nello zelo verso gli altri 
Ad una maestra di novizie:
Figliola mia, Dio vi ha fatto la grande misericordia di aver richiamato il vostro cuore a sopportare gentilmente il pros­simo e di aver santamente gettato il balsamo della mitezza
di cuore verso gli altri nel vino del vostro zelo. Non avevate bisogno che di questo, mia cara figlia; il vostro zelo era, sì, buono, ma aveva il difetto d'essere un poco amaro, un poco insistente, un poco inquieto ed anche puntiglioso. Eccolo ora purificato da tutto questo. Ora sarà dolce, benigno, aggra­ziato, pacifico, e in grado di sopportare.

Ed infine: accettare senza turbamento di non riuscire sempre a conservare la pace!
Sforzatevi, figlia mia, di tenere il vostro cuore nella pace attraverso l'uniformità degli stati d'animo. Non dico: man­tenetelo nella pace ma: sforzatevi di farlo. Che questa sia la vostra prima preoccupazione, e guardatevi bene dal turbar­vi quando non riuscirete a placare immediatamente la varie­tà di sentimenti dei vostri stati d'animo.




*Santa Teresa D'avila (1515-1582)* 


Vera e falsa umiltà
Inoltre, figliuole mie, dovete guardarvi da quell'umiltà che getta l'anima nelle più vive inquietudini con la rappre­sentazione dei nostri più gravi peccati. Il demonio la sugge­risce turbando le anime in vari modi... Vedono peccati in quel­lo che fanno, e perfino inutili le loro opere buone. Lo sco-raggiamento le invade e, sentendosi impotenti per ogni ope­ra di bene, si lasciano cadere le braccia, immaginandosi per­fino che quanto in altri è lodevole sia in esse da riprovarsi. Per profonda che sia, la vera umiltà non inquieta mai, non agita, non disturba, ma inonda l'anima di pace, di soavità e di riposo. La vista della nostra miseria ci mostra che meritiamo l'inferno, ci riempie l'anima di afflizione, ci toglie quasi il coraggio di domandare misericordia. Ma se c'è vera umil­tà, questa pena è temperata da tanta pace e dolcezza, da de­siderare di non esserne mai privi. Non solo non inquieta e non stringe l'anima, ma la dilata e la rende più abile a servi­re Iddio, mentre l'umiltà del demonio disturba, scompiglia, mette tutto sottosopra ed è molto penosa. Se il maligno ci vuoi far credere che siamo umili, penso che sia per poi in-durci, potendolo, a diffidare di Dio.
(Cammino di perfezio­ne, cap. 39)



*Maria dell'Incarnazione (1566-1618)* 



Abbandono alla volontà di Dio
Se potessimo con un solo colpo d'occhio interiore vede­re quanto vi è di buono e misericordioso nel disegno di Dio su ciascuno di noi — anche nelle cose che chiamiamo disgra­zie, dispiaceri, afflizioni — saremmo tanto felici da gettarci tra le braccia della volontà divina con l'abbandono di un pic­colo che si getta tra le braccia di sua madre. Agiremmo, in ogni circostanza, con l'intenzione di piacere a Dio, poi, ci manterremmo in un santo riposo, ben certi che Dio è nostro Padre e desidera la nostra salvezza più di quanto la deside­riamo noi stessi.





*Francesco Maria Libermann (1804-1852)*

Estratti di lettere di direzione spirituale.
La pace, regno di Gesù nell'anima


Gli strumenti più validi per stabilire in noi il mirabile regno di Gesù sono esattamente lo spirito d'orazione conti(Opere, Postulazione generale O.C.D. Roma.)nua e la pace dell'anima... Tenete sempre bene in mente que­sta verità e fissatela solidamente nello spirito e nel cuore: il modo più importante, ed anche infallibile, per essere sempre in questo stato di continua orazione è di mantenere la propria anima in pace di fronte a nostro Signore. Fate bene attenzione alle parole « mantenere la propria anima in pace »: sono ter­mini usati dal nostro divin Maestro. Bisogna che la vostra anima sia raccolta in se stessa o, piuttosto, in Gesù che vi dimora, non certo imprigionata e rinchiusa da un chiavistel­lo di ferro ma da un dolce, delicato riposo in Gesù che la tiene tra le braccia. Lo sforzo e la tensione restringono l'ani­ma ma un dolce riposo, un sereno modo di agire, una pacata azione intcriore, misurata e tranquilla, la dilatano.




La pace, condizione della docilità allo Spirito 
La nostra anima, scompigliata e scossa dalle proprie for­ze, girata e rigirata a destra e sinistra, non può più lasciarsi andare allo Spirito di Dio... Se solo volesse abbandonarsi ad esso, e da lui lasciarsi condurre, troverebbe la sua forza, la sua ricchezza e tutta la sua perfezione. Ma poiché se ne al­lontana, e vuole agire da sola, non trova in sé che il turba­mento, la miseria e l'incapacità più assoluta... Dobbiamo aspi­rare a questa pace e a questa moderazione interiore, per non poter più vivere se non in Dio e per Dio. Questo nella mas­sima dolcezza e nella massima sottomissione, procurando an­che di astrarsi continuamente da se stessi. Bisogna dimenti­carsi, per volgere incessantemente la propria anima verso Dio e mantenerla dolcemente e tranquillamente alla sua presenza.


Fiducia in Dio 
Vorrei seriamente rimproverarvi perché avete così poca fiducia in nostro Signore. Non bisogna temerlo, sarebbe pro-
curargli un grave oltraggio, a lui, tanto buono e dolce, tanto amabile e pieno di dolcezza e di misericordia verso di noi. Potete sì stare davanti a lui nella confusione totale a causa della vostra povertà e della vostra bassezza, ma occorre che questa confusione sia quella del figlici prodigo dopo il suo ritorno, fiduciosa e piena di tenerezza.
Ecco come dovete comparire davanti a Gesù, nostro buon padre e Signore. Voi vivete sempre col timore di non amar­lo: probabilmente è proprio in quel momento, miei figli ca­rissimi, che lo amate maggiormente e che vi è più vicino che mai. Non misurate il vostro amore per nostro Signore con la vostra sensibilità, essa è una ben misera misura. Abban­donatevi nelle sue mani con fiducia e il vostro amore cresce­rà sempre più. Non ve ne accorgerete, ma questo non è af­fatto necessario.



Non turbarsi per le proprie miserie 
Non turbatevi mai per le vostre miserie. Alla loro vista mantenetevi nell'umiliazione e nella bassezza davanti a Dio, se questo vi è dato dall'alto e siate in una grande pace. Op­ponete a qualunque genere di miseria la dolcezza, la pace, la soavità e la moderazione interiore, al suo cospetto, abban­donandovi semplicemente nelle sue mani affinché faccia di voi ed in voi quanto a lui sembrerà buono, desiderando dol­cemente e tranquillamente di non vivere che per lui, con lui ed in lui.



Non turbarsi per la propria apparente tiepidezza 
Non lasciatevi abbattere né scoraggiare se vi sembra di non fare niente o di essere vili e tiepidi, se vedete che siete ancora soggetti ad affezioni naturali, a pensieri d'amor pro­prio o a tristezze. Procurate semplicemente di dimenticarette queste cose e volgete il vostro spirito verso Dio, mantenendovi davanti a lui nel costante e tranquillo desiderio le egli faccia di voi ed in voi il suo santo e buon piacere, on cercate altro se non dimenticarvi e camminare davanti lui nella vostra povertà, senza mai guardare a voi stessi. .) Fin quando vi occuperete di questi moti della natura sarete troppo presi da voi stessi; finché ciò avverrà non potrete avanzare di molto nel cammino verso la perfezione. Tali moti non cesseranno che quando li disprezzerete e li dimenticherete. D'altra parte, vi assicuro che non sono di alcuna importanza né conseguenza. Non ve ne curate, e non vedete altro che Dio. E questo mediante la pura e semplice fede.


Non inquietarsi per le proprie cadute 
Dimenticate sempre il passato e non inquietatevi mai per vostre cadute, per numerose che possano essere. Tutte le alte che vi rialzerete nulla potrà nuocervi, mentre potreste essere in pericolo nel caso vi scoraggiate o affliggiate troppo per quel motivo. Fate tutto nella massima calma e nel modo più riposante che potete e fatelo per il grandissimo, purissimo e santissimo amore di Gesù e di Maria.


Pazienza nel camminare 
Uno dei più grandi ostacoli nel cammino verso la perfezione è quel desiderio frettoloso ed irrequieto di avanzare possedere le virtù che sappiamo di non avere. Il vero modo, invece, per avanzare stabilmente e a grandi passi è di pazientare e sedare tali inquietudini... Non superate la vostra guida per paura di perdervi e di andare fuori strada sul cammino che vi traccia, poiché allora, invece di arrivare sani e vivi, cadrete in un precipizio. Questa guida è lo Spirito Santo. Con la vostra opera e le vostre inquietudini, col vostro turbamento e la vostra premura lo superate col pretesto di voler andare più in fretta. Che succede, allora? Andate fuori strada dove il terreno è più duro e accidentato e, lungi dall'avanzare, perdete il vostro tempo.



Lasciare agire lo Spirito di Dio 
Quando piacque a Dio di creare l'universo lavorò sul nulla. Vedete bene quali cose meravigliose ha fatto! Così, se vuole lavorare in noi per operare cose infinitamente al di sopra di tutte le naturali bellezze modellate dalle sue mani, non ha certo bisogno che ci diamo tanto da fare per aiutarlo... La­sciamolo piuttosto fare. Egli si compiace di operare sul nul­la. Manteniamoci nella pace e nella tranquillità, davanti a lui, e seguiamo gli impulsi che ci dona... Facciamo dunque di­morare la nostra anima nella pace e le nostre capacità spiri­tuali nel riposo, al suo cospetto, aspettandoci da lui solo ogni impulso e ogni vitalità. Procuriamo di non avere nessun im­pulso, nessuna volontà se non in Dio e nello Spirito di Dio... Bisogna dimenticarsi, per volgere continuamente la propria anima verso Dio e lasciarla riposare dolcemente e tranquilla­mente davanti a lui.



Moderare i propri desideri
 
L'occupazione principale della vostra anima dev'essere la moderazione dei vostri moti, l'acquisizione di un'umile sot­tomissione e l'abbandono nelle mani di Dio. Vi è permesso — ciò è anche auspicabile per voi — il desiderare di avanza­re spiritualmente, ma questo desiderio dev'essere calmo, umile e sottomesso al beneplacito di Dio. Un povero che chiede l'elemosina con violenza ed impazienza non ottiene nulla. Se lo fa con umiltà, dolcezza e affetto, commuove gli uomini a cui la chiede. I desideri troppo violenti vengono dalla natura. Tutto quello che viene dalla grazia è dolce, umile, mo­derato, riempie l'anima e la rende buona e sottomessa a Dio. Dovete principalmente applicarvi a moderare i moti dell'a­nima, a tenerla nella calma davanti a Dio, ad essere sotto­messi ed umili al suo cospetto.
È vostro desiderio avanzare nella via della santità? Eb­bene, sappiate che è lui a donarvi questo desiderio e che è proprio lui a doverlo realizzare. San Paolo dice che il Signo­re ci dona il volere ed il fare. Non possiamo desiderare nulla da soli nell'ordine della grazia. Ecco allora che il Signore ci dona questo volere. Quando abbiamo questa volontà non pos­siamo tradurla in atto da soli. Il Signore ci dona allora il fa­re. Il nostro ruolo è di mantenerci fedeli nel seguire la sua guida e di lasciargli operare in noi quanto ritiene essere il meglio. Prendercela a male, affrettarci per eseguire quanto di buono ci ispira vuoi dire guastare l'opera dalla grazia in noi e ritardare la nostra perfezione. Non cerchiamo subito di essere perfetti ma adempiamo con calma, in una serena fedeltà, quanto ci richiede. Se a lui piace condurre la nostra barca più lentamente di quanto noi desideriamo, restiamo sottomessi al suo divino e buon piacere.
Allorché vediamo in noi sempre gli stessi difetti, mostria­moci a lui nella nostra bassezza, apriamogli l'anima affinchè possa vedere le nostre piaghe e le nostre cicatrici e gli piac­cia guarirci come e quando voglia. Preoccupiamoci solo di non seguire l'impulso di quei difetti. A tal fine restiamo umil­mente prostrati alla sua presenza, alla vista della nostra po­vertà e della nostra miseria, sopportando gli assalti di questi difetti con calma, pazienza, dolcezza, fiducia e umiltà davanti a lui, ben decisi a essere interamente suoi in mezzo a questi difetti, a non più inseguirli e a sopportarli fino alla fine della nostra vita, se questo è il suo desiderio. Poiché, osservate bene, una volta che la nostra anima non acconsente più a que­sti difetti non è colpevole e Dio stesso non è più offeso. Al contrario, questa ne trarrà grande vantaggio per il suo pro­gresso.



Vivere l'istante presente 
Siate docili e plasmabili nelle mani di Dio. Per arrivare a questo sapete cosa occorre: mantenersi nella pace e nel ri­poso; non inquietarsi mai e non turbarsi per niente; dimen­ticare il passato; vivere come se non esistesse l'avvenire; vi­vere per Gesù nel momento in cui si vive o piuttosto vivere come se non si avesse vita in sé, lasciando Gesù vivere in noi a suo agio; camminare cosi in ogni circostanza, senza ti­more e preoccupazione, come si conviene ai piccoli di Gesù e di Maria; non pensare mai a sé volontariamente; abbando­nare la cura della propria anima solo a Gesù, ecc... È lui che l'ha presa con forza, gli appartiene, sta dunque a lui averne cura perché è una sua proprietà. Non temete tanto il giudi­zio d'un Maestro così dolce. Per lo più bandite tutti i timori e rimpiazzateli con l'amore. Così facendo, agite dolcemen­te, soavemente, con lentezza, senza vivacità e senza impeto. Lasciatevi andare, quando ce n'è bisogno, camminando così nella massima soavità, nel massimo abbandono e in una pie­na fiducia. Il tempo di questo esilio terminerà e Gesù sarà nostro e noi suoi. Allora ogni nostra tribolazione sarà una corona di gloria che metteremo sul capo di Gesù, poiché ogni gloria appartiene a lui."